Giornalismo digitale e new media: Berardinetti e Guida rispondono

Negli ultimi anni abbiamo assistito a un’evoluzione radicale del modo di fare giornalismo e delle modalità di accesso alle informazioni e alle notizie. Se “la lettura del giornale è la preghiera del mattino dell’uomo moderno” (Hegel, Scritti e bozze), la preghiera del mattino dell’uomo nell’era digitale è la lettura di post, tweet e like su smartphone e tablet.

Davide Mazzocco, Luca Rolandi e Paolo Piacenza al Salone del Libro di Torino

Davide Mazzocco, Luca Rolandi e Paolo Piacenza al XXVI Salone Internazionale del Libro di Torino | Foto di Thomas Vitale

Il passaggio dal cartaceo al digitale non è così scontato. Al XXVI Salone Internazionale del Libro di Torino, è stato trattato questo argomento nell’ambito della conferenza “Giornalismo digitale: la migrazione inevitabile dalla carta al web“.

Davide Mazzocco, autore del libro “Giornalismo Digitale“, ha fatto notare che la riconversione non deve consistere in un semplice ‘copia/incolla’ del materiale su carta. La migrazione, infatti, non consiste in un semplice cambiamento di mezzo. “Dietro ci sono altre dinamiche condizionate dai motori di ricerca, dai social network, che hanno ridisegnato il panorama, rendendolo più orizzontale”, ha spiegato Mazzocco. Questo implica il cambiamento del ruolo del giornalista, che come figura professionale deve distinguersi dai cosiddetti ‘citizen journalists’ e ha il compito di selezionare e verificare la veridicità delle notizie, guidando il lettore.

Alla conferenza è intervenuto anche Luca Rolandi, giornalista e redattore di Vatican Insider, che ha sottolineato come è cambiato il rapporto dei media tradizionali con Internet nel corso degli ultimi anni. Ha evidenziato il fatto che solo recentemente si è capito che su Internet è necessario un nuovo linguaggio, che non è possibile riproporre online gli stessi contenuti cartacei. Un altro aspetto importante che Rolandi ha trattato è il rapporto tra il giornalismo ‘tradizionale’ e quello ‘digitale’. Rolandi ha invitato a una coesistenza delle due realtà: il sistema di informazione non deve essere Web contro cartaceo, ma Web con il cartaceo. Ha fatto notare che il Web, per le sue caratteristiche, dovrebbe essere il canale primario di notizie, mentre il giornale cartaceo potrebbe evolvere per proporre approfondimenti.

MarsicaLive: la testata giornalistica della Marsica e dell'Abruzzo

MarsicaLive: la testata giornalistica della Marsica e dell’Abruzzo fondata da Eleonora Berardinetti e Pietro Guida

Per comprendere meglio con quali modalità proceda l’evoluzione del giornalismo negli ultimi anni, ho posto alcune domande a Eleonora Berardinetti e Pietro Guida, giornalisti del quotidiano abruzzese “il Centro”, del Gruppo Editoriale L’Espresso, e fondatori di MarsicaLive, testata giornalistica online della Marsica e dell’Abruzzo.

1) Come è cambiato il modo di fare giornalismo negli ultimi anni?

“Radicalmente. Intanto fino a 15 anni fa il giornalismo si faceva senza cellulare. Bisognava cercare le fonti, i contatti, gli informatori, soltanto tramite telefono di rete fissa. E vi possiamo assicurare che ci si riusciva sempre, o quasi. Ma questa è preistoria.

Se per ultimi anni si intendono gli anni dal 2010 a oggi l’evoluzione non è così radicale in termini di tecnologia, ma lo è, forse in modo più incisivo, per quanto riguarda l’approccio mentale, sociale, psicologico e culturale. Non è la tecnologia che è cambiata poi così tanto, ma sono la società e i lettori che hanno cambiato le loro abitudini, e i media gli sono andati dietro, o ci hanno provato.”

2) Qual è stata l’influenza dei new media sulla vostra professione e come è stata accolta?

“Intanto oggi i quotidiani non sono più cartacei. O meglio, lo sono solo in parte. Ogni giornale ha un sito internet che cammina in modo parallelo. Che parte ancora svantaggiato ma che cammina molto più veloce. Nei prossimi due o tre anni i lettori del web saranno in modo assoluto sicuramente più di quelli della carta stampata.

Tutto ciò per dire che il giornalismo è cambiato come sono cambiate le abitudini della gente. Oggi tutti, o quasi, hanno un tablet o un cellulare con la connessione internet e di questi, tutti, o quasi, leggono le notizie. I siti online si sono moltiplicati e stanno invadendo il mercato, anche pubblicitario se pur a rilento. Si sono moltiplicati anche i blog di informazione e i blogger, ma non riscuotono grande successo di utenti, se non in casi particolari.  Gli utenti-lettori preferiscono portali di informazione professionali e scritti da “veri” giornalisti.”

3) Cosa vi ha persuaso a fondare un quotidiano completamente online?

“Tre motivi fondamentali:

  1. Un sito web è più veloce della carta stampata: dà le notizie e gli aggiornamenti prima e in modo più dinamico. Quando arriva al giornale la notizia è già vecchia.
  2. Un sito web è più interattivo della carta stampata: si possono conoscere le preferenze dei lettori in modo immediato e si ha un riscontro diretto da parte degli utenti che possono subito commentare le notizie e anche criticare.
  3. Un sito internet è più versatile della carta stampata: è possibile mostrare, oltre all’articolo, delle gallerie fotografiche con tanti scatti, dei video, delle immagini in diretta, documenti ufficiali e allegati riguardanti l’argomento, delle interviste video, e molto di più. Insomma, è come un giornale e una tv messi insieme in un sol colpo.”

4) Quali sono gli aspetti che differenziano un “giornalista digitale” da chi scrive solo su carta?

“È l’approccio mentale che cambia, anche lo stile, ma soprattutto la capacità del giornalista “digitale” di adattarsi a situazioni, eventi e frangenti al fine di dare subito la notizia, in tempo reale e nel modo più dettagliato e variegato possibile.”

5) Quali capacità deve possedere un giornalista digitale per sfruttare al meglio i nuovi mezzi di comunicazione?

“Deve essere veloce, preciso e conoscere le abitudini, il linguaggio e la “filosofia” della rete e non solo dei lettori.”

Thomas Vitale

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Roberto Casati “Contro il colonialismo digitale: istruzioni per continuare a leggere”

La copertina del libro "Contro il colonialismo digitale" di Roberto Casati

“Contro il colonialismo digitale” di Roberto Casati, edito da Laterza

Contro il colonialismo digitale è il nuovo libro del filosofo e ricercatore Roberto Casati, edito da Laterza. Il titolo è molto forte, desta curiosità l’accostamento dell’aggettivo ‘digitale’ al sostantivo ’colonialismo’.  Al XXVI Salone Internazionale del Libro di Torino, Casati ha sottolineato di non essere contro il digitale, ma un anticolonialista. L’autore ha spiegato che “la tesi del colonialismo digitale è semplice: se una certa pratica o contenuto possono migrare verso il digitale, allora devono farlo”. È quella che nel libro chiama ‘normatività automatica’. Il punto critico è, quindi, capire cosa può migrare verso il digitale e cosa non può e non deve migrare.

Casati si chiede in che modo sia cambiato l’ecosistema del libro passando dal cartaceo al digitale e quali siano le conseguenze di questa migrazione. “La lettura è minacciata; ci viene rubata. A volte ci viene vietata”, scrive l’autore con molta enfasi e in modo epigrammatico. Nel libro sono analizzati tutti gli aspetti positivi del libro cartaceo, sottolineando come alcuni dei ‘difetti’ imputatigli siano in realtà dei punti di forza. Un esempio è la linearità della lettura cartacea. Se la migrazione verso il digitale di ricettari ed enciclopedie ha avuto successo per le loro caratteristiche intrinseche, la saggistica ha invece bisogno del libro di carta. Bisogna considerare, quindi, l’attenzione del lettore.

Roberto Casati al Festival della lettura

Il filosofo Roberto Casati | Foto di Niccolò Caranti

L’autore scrive che è importante proteggere l’ambiente di lettura. Un saggio ha bisogno di concentrazione per essere compreso e interiorizzato e di uno spazio che favorisca questi aspetti. L’iPad e i suoi simili, invece, sono delle “vetrine di contenuti”, che disperdono l’attenzione del lettore. Casati fa notare che l’e-book ha avuto successo con l’iPad e non con gli e-reader dedicati. Ma in questo nuovo ecosistema “il libro è una app”, “una comparsa tra le tante”, che “entra in competizione con concorrenti agguerriti e predatori”.  Se il computer è nato come strumento di “produzione intellettuale”, l’iPad è nato per il “consumo intellettuale”.

Il filosofo affida alla scuola il compito di salvaguardare la lettura e proteggerla da fonti di distrazione. Riguardo al rapporto tra scuola e tecnologie, al Salone del Libro l’autore ha spiegato che bisogna “imparare a negoziare con il digitale, reinventandolo con creatività”. L’autore critica le discussioni in cui si parla della scuola in termini di ‘mezzi’ e non di ‘fini’, perdendo di vista l’obiettivo della scuola. Scrive che “se le tecnologie devono diventare delle opportunità bisogna reinventarle di continuo”.

Casati spiega come con creatività si possano progettare dei metodi di insegnamento che sfruttino i vantaggi delle nuove tecnologie, ma come mezzo, non come fine. Invita i professori liceali a far partecipare i propri studenti alla scrittura e alla modifica delle voci enciclopediche di Wikipedia, piuttosto che assegnare semplicemente delle ricerche con la paura di un ‘copia/incolla’ passivo e acritico. Chiede alla scuola di riservare un po’ del tempo scolastico alla lettura, perché è in grado di fornire “una protezione dello spazio dell’attenzione” non possibile altrove. Quello che conta “non è tanto l’oggetto digitale che uno crea, quanto la definizione di una sceneggiatura molto precisa per interagire con la tecnologia”.

Casati presenta "Contro il Colonialismo Digitale" al Salone di Torino

Casati presenta “Contro il Colonialismo Digitale” al Salone del Libro di Torino, con Gino Roncaglia, Maurizio Ferraris e Alessandro Laterza | Foto di Thomas Vitale

Alla presentazione del libro di Casati al Salone di Torino sono intervenuti Gino Roncaglia, professore di Informatica Umanistica all’Università della Tuscia, e Maurizio Ferraris, professore di Filosofia Teoretica all’Università di Torino. Roncaglia ha affermato: “La scuola deve essere una palestra di ragionamento e di comprensione di contenuti complessi, ma ciò non passa necessariamente per la protezione dal digitale: bisogna farne un utilizzo ragionato”.

Anche Ferraris si è espresso sulla funzione della scuola: prima era “il luogo in cui si imparava a mantenere un’attenzione prolungata su un certo numero di pagine, cercando di ricordarle ed elaborarle”. Con l’arrivo del digitale, il ‘copia/incolla’ favorisce la scarsa interiorizzazione delle informazioni, esperienza legata all’ambiente della forma libro.

Nel suo libro Casati fa notare che l’insegnante non può essere sostituito da un “maestro elettronico”, a patto che non si consideri il docente come un “dispensatore di contenuti”. Ma per quello c’è il Web. Il punto di forza della scuola, scrive l’autore, è insegnare ad elaborare un proprio punto di vista critico e concettuale. È quanto espresso anche dai professori Roncaglia e Ferraris. Il Web, ha illustrato Casati al Salone di Torino, fornisce semplicemente l’accesso alle informazioni, poi bisogna leggerle, capirle e assimilarle prima di arrivare alla conoscenza, a cui il digitale non darà mai accesso.

Thomas Vitale

Il Web ci rende liberi? Gianni Riotta e la dialettica della rivoluzione digitale

La copertina del libro "Il Web ci rende liberi?" di Gianni Riotta, pubblicato da Einaudi

“Il Web ci rende liberi?” di Gianni Riotta, pubblicato da Einaudi

Il Web ci rende liberi? è l’ultimo saggio scritto dal professor Gianni Riotta, che s’interroga sulla domanda che dà il titolo al libro e prova a fornire una risposta soddisfacente. È un’analisi brillante e coinvolgente, in cui Riotta considera tutte le categorie della cosiddetta ‘Rivoluzione Digitale’ con rigore e lucidità intellettuale, senza pregiudizi o affrettate posizioni di parte. Solo nell’ultimo capitolo, infatti, l’autore rivela la sua posizione e spiega perché non si è schierato con le teorie analizzate nel corso della trattazione.

Pur non rivelando da subito la sua posizione, il saggio non è freddo o impersonale, ma è caratterizzato dalle esperienze autobiografiche dell’autore, che costituiscono la base degli argomenti trattati. Riotta, infatti, scrive spesso di come ha vissuto le novità nel campo delle tecnologie della comunicazione, rivela le prime impressioni, perplessità e sogni sul futuro di questi nuovi strumenti. In questo modo coinvolge emotivamente il lettore, che percepisce come la Rivoluzione Digitale abbia influito realmente sugli individui.

‘Individuo’ è una delle parole chiave del libro. Più volte l’autore sottolinea il passaggio dal secolo delle Masse, il Novecento, al secolo dell’Individuo, della Persona: il ‘secolo Personal’. Proprio dall’individuo bisogna partire per intraprendere il percorso di comprensione del Web. Scrive Riotta: “Dobbiamo guardare a noi, gli artefici e artigiani della tecnologia, prima che al software e all’hardware”.

Gianni Riotta al Festival del Giornalismo

Gianni Riotta, autore di “Il Web ci rende liberi?” | Foto di International Journalism Festival

Riotta mette in evidenza la somiglianza delle reazioni umane ogni volta che viene immesso sul mercato un nuovo strumento tecnologico. In un primo momento si travasano vecchi contenuti nei nuovi strumenti, ma non avviene la rivoluzione. In questa fase ogni previsione sul futuro delle nuove tecnologie risulta sempre errata. L’autore porta come esempio la stampa a caratteri mobili di Gutenberg: finché si stampa la Bibbia in latino, nulla di eccezionale. La vera rivoluzione avviene nella fase successiva, quando si comincia a stampare la Bibbia in volgare, sull’onda della Riforma Protestante. “Senza contenuti rivoluzionari la sola tecnologia non scatena svolte nella storia”, scrive l’autore.

Riotta non considera le innovazioni digitali solo nella sfera della vita quotidiana, ma anche nella politica e nelle rivolte sociali come la Primavera Araba, di cui confuta il ruolo chiave assegnato a Twitter. L’autore scrive che nelle elezioni del Presidente degli Stati Uniti, il team di Obama ha saputo utilizzare molto bene i new media, riuscendo a sconfiggere l’avversario Romney. I loro dibattiti politici sono stati seguiti da migliaia di persone sui social network, episodio analogo a quanto successo per il dibattito televisivo di Bersani e Renzi o per la ‘corrida tv’ tra Berlusconi e Santoro. È altresì fondamentale, spiega Riotta, la ‘convergenza Old-New Media’. L’autore scrive: “I new media sono enzima che in contatto con la potenza dei media tradizionali, dai giornali alla tv, li trasforma, insieme all’opinione pubblica, in modo radicale”.

Mi ha colpito particolarmente il capitolo in cui si parla del ‘Computer Scrittore’, in grado di comporre una poesia o di redigere un romanzo traendo parole dal Web secondo un certo algoritmo. Trovo difficile l’idea di ascoltare la ‘Voce del Computer’, perché, come fa notare Riotta, “se un robot ‘compone poesie’ dovremo riconoscergli qualità umane”. Un’altra trattazione interessante riguarda la tecnica della manifattura digitale con le stampanti 3D, che lentamente sta attuando un’opera di deindustrializzazione: dall’industria di massa alla ‘produzione personal’.

Gianni Riotta presenta "Il Web ci rende liberi" con Calabresi al Salone del Libro di Torino

Gianni Riotta presenta “Il Web ci rende liberi?” con Mario Calabresi al Salone del Libro di Torino | Foto di Thomas Vitale

Come considerare, quindi, il Web? Al XXVI Salone Internazionale del Libro di Torino, Riotta ha proposto la metafora della piazza di paese: se tutti girano con un coltello in tasca, c’è violenza, se tutti girano con una chitarra, si canta e si suona. L’autore scrive che “siamo noi, padri e madri e figli e figlie, l’umanità decisiva perché online il Buio non prevalga sulla Luce”. Per riuscirci, però, c’è bisogno di un’adeguata educazione digitale.

Un punto critico è come utilizzare l’enorme quantità di informazioni che fornisce il Web. Al Salone del Libro, Riotta ha spiegato che è un lavoro che deve fare la famiglia, ma soprattutto la scuola: non si tratta di usare, ad esempio, la lavagna elettronica, ma i docenti “devono insegnare un metodo critico per usare il digitale”. Nel libro scrive che “non bastano i dati […], servono anche giudizio, filtro, analisi, commento”.

Un aspetto che ho apprezzato molto di questo libro è l’utilizzo saggio e ragionato delle citazioni di opere letterarie e filosofiche, classiche e moderne: dalla tragedia greca al romanzo cavalleresco, da Socrate a Seneca, da Leibniz a Hegel, da Pirandello a Calvino e Vittorini. È piacevole l’intarsio letterario con cui l’autore decora la trattazione, a volte esplicito, altre latente. Riotta è perfettamente padrone di questo lavoro di abbellimento, per niente barocco, ma stimola il lettore appassionato alla ricerca e alla connessione di temi del mondo classico e moderno con quelli dell’era digitale. È quanto accaduto a me.

La frase che conclude l’ultimo lavoro di Riotta, in particolare, ha prodotto nella mia mente infinite immagini e concetti, agendo come l’Aleph di cui parla Borges nell’omonimo libro: “uno dei punti dello spazio che contengono tutti i punti”. Riotta scrive: “Perché i filosofi hanno finora solo diversamente interpretato il web, internet e la cultura digitale: si tratta ora di cambiarli.” È chiaramente un adattamento per il Web della celebre frase di Karl Marx, che costituisce l’undicesima delle Tesi su Feurbach: “I filosofi hanno solo interpretato il mondo in modi diversi; si tratta però di mutarlo.”

Marx considera il mondo come un insieme di risorse a disposizione, pronte per essere trasformate dall’uomo. Il mondo digitale può essere considerato allo stesso modo. L’uomo, ‘animal toolmaking’ come direbbe Marx, costruendo i propri ‘attrezzi concettuali’ deve essere in grado di utilizzare nel modo giusto il Web. È nostro il compito di rendere il Web uno strumento positivo, di dargli una forma utile e indirizzarlo verso la giusta strada. “Il Web è il nostro specchio”, ha dichiarato Riotta al Salone del Libro.

La Rivoluzione Digitale è un vento che spira trascinandoci irresistibilmente verso il futuro. Alcuni ne sono terrorizzati, altri la osannano, ma essere troppo manichei non aiuta ad affrontare il progresso. Un buon punto di partenza per la comprensione di questo fenomeno? Il libro di Gianni Riotta: “Il Web ci rende liberi?”.

Thomas Vitale

Il “Mito della Caverna” e l’educazione digitale

Internet come una caverna

Immagine tratta da ThinkDesign.net

Internet, nel corso degli anni, ha permesso di accumulare milioni di informazioni visualizzabili da tutti coloro che hanno accesso a questa tecnologia. Con il Web si possono leggere le ultime notizie di attualità, si può consultare un’enciclopedia, approfondire un argomento studiato, rimanere in contatto con gli amici sui social network e leggere riflessioni e commenti di politici, giornalisti e gente dello spettacolo.

Sembra perfetto, eppure non mancano le critiche. Perché? Il primo problema presente in Italia è la mancanza di un’educazione al Web e, in generale, alle nuove tecnologie. L’errore fatale è quello di subire passivamente le novità, accettandole o criticandole a priori, senza prima fare un’attenta analisi critica delle potenzialità possedute dai nuovi strumenti e di come utilizzarli per migliorare la qualità della vita.

Nel quarto capitolo del romanzo “La Lama Sottile”, lo scrittore Philip Pullman introduce un nuovo personaggio: la dottoressa Malone, ricercatrice che studia le ‘particelle-ombra’ della Materia Oscura. La dottoressa, parlando del computer, rivela: “Noi lo chiamiamo ‘la Caverna’. Ombre sulle pareti della Caverna, capisci, come in Platone”. Forse può sembrare assurdo far riferimento a un romanzo fantasy, ma può fornire degli spunti per analizzare la ‘dialettica di Internet’.

Leggendo la frase appena riportata, mi è sembrato naturale estendere l’analogia con il mito della caverna, esposto da Platone nella “Repubblica”, anche a Internet e al Web. Questa analogia può permettere di capire in che modo sono considerate le informazioni contenute su Internet e come agire per proporre un’educazione digitale.

Il computer è una caverna in cui distinguere le ombre dalla verità

Immagine tratta da Wall321.com

Un primo passo è capire che i nuovi mezzi di comunicazione (computer, tablet, smartphone) sono interfacce tra persone. Per continuare la contaminazione platoniana, si potrebbe dire che l’uomo sia il demiurgo di queste tecnologie, ossia l’artefice: non c’è niente di mistico. Dobbiamo assumere, quindi, un comportamento attivo nei confronti di tali mezzi, perché sono i prodotti dell’ingegno umano.

Un secondo passo è proprio riuscire a operare una cernita delle informazioni. Ciò significa che non si può assumere come ‘vero’ tutto ciò che leggiamo o vediamo su Internet. Questo punto è fondamentale nell’opera di costruzione di una “educazione digitale”.

Si tratta di verificare sempre, come ho già scritto in un precedente articolo, la veridicità delle informazioni! Con la radio e la televisione questo aspetto non è stato sottolineato, perché non sono tecnologie aperte a tutti: possedere un televisore non significa poter trasmettere un programma televisivo autoprodotto. Internet, invece, è libero, almeno teoricamente (ho affrontato questo argomento nell’articolo Il Web è accessibile a tutti: e in Italia?). Tutti coloro che vi hanno accesso possono partecipare, anche semplicemente su un social network.

Internet è il nemico da abbattere? No. Il fatto che chiunque possa esprimere la propria opinione è un aspetto importante. È ciò che rende il Web libero! Libertà, però, è diverso da anarchia. C’è bisogno, come già detto, di un’educazione digitale che, percorrendo gli oscuri antri della ‘Caverna’, aiuti a distinguere le ombre, false e immateriali, dalla verità. L’educazione digitale non è limitata a questo, ma deve affrontare il mondo delle nuove tecnologie a 360°, insegnare il giusto metodo di utilizzo.

Beppe Severgnini, giornalista del Corriere della Sera, scrive in un articolo che bisognerebbe introdurre l’educazione digitale nelle scuole. Il programma? “Come guidare un mezzo veloce, nuovo e magnifico, senza andare a sbattere.  I social network – e la banda larga che li ha resi potenti – hanno pochi anni. Tutti stiamo imparando tutto.”

È significativa la conclusione dell’articolo, indirizzata a coloro che considerano Internet e le nuove tecnologie una minaccia: “Tutto cambia, non necessariamente in peggio. È un mondo complicato, attraversato da una terribile bellezza. Se li aiutiamo, i nostri ragazzi capiranno come viverci. E lo spiegheranno anche a noi.”

Thomas Vitale

Il Web come l’Isola che non c’è, ovvero le Reti della Libertà

Immagine tratta da NewBeast.gr

Immagine tratta da NewBeast.gr

Due dei Diritti Inviolabili dell’Uomo sono la libertà di pensiero e la libertà di espressione. Questi diritti sono riconosciuti dalle moderne democrazie e sembrano quasi qualcosa di ovvio. Nella pratica, però, come si traducono? Sono libertà assolute o hanno dei limiti? Quali strumenti coinvolgono? È interessante osservare che è una questione rimasta sempre aperta e discussa ogni volta che si afferma un nuovo strumento di comunicazione: in principio erano i codici scritti a mano, poi i libri, i giornali, la radio, la televisione e infine Internet.

“Chi pensa è immortale, chi non pensa muore”

Così scrive Ibn-Rûshd. Il filosofo medievale considera l’Intelletto immortale, quindi chi pensa è anch’esso tale. Pensare in modo autonomo e indipendente è il primo passo per esercitare i propri diritti e le proprie libertà. Con l’avvento di Internet e del Web, ancor più che dopo le invenzioni precedenti, il libero pensiero non è proprio così scontato. Con il Web abbiamo accesso quotidianamente a quanto pubblicato e condiviso dal ‘popolo della Rete’. Questo fa sorgere un problema: come considerare questa infinita quantità di informazioni?

L’utilizzo di Internet deve essere intelligente e ragionato, altrimenti si è facilmente vittime di manipolazioni e condizionamenti. Se da un lato il Web permette di ampliare il proprio bagaglio culturale e produrre un proprio pensiero, dall’altro può essere utilizzato per veicolare le idee dell’opinione pubblica, come accade in questi ultimi tempi sul tema politico. La veridicità delle informazioni deve essere sempre accertata, congiuntamente all’affidabilità delle fonti. Una notizia letta sul sito web del Corriere della Sera è, sicuramente, più affidabile di un messaggio che circola di condivisione in condivisione su Facebook, su profili di gente sconosciuta.

Non sono d’accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu lo possa dire“. Questo aforisma è attributo a Voltaire quasi ovunque sul Web, ma in realtà Voltaire non ha mai detto né scritto una cosa simile! È un esempio di come Internet possa essere un mezzo per diffondere dati e informazioni non veri, quindi bisogna fare attenzione! In un prossimo articolo verrà proprio affrontato questo tema. La fruizione passiva dei contenuti diffusi in rete costituisce la morte della Ragione.

Web: il Paese dei Balocchi

Immagine tratta da CiaoBlog.it

Immagine tratta da CiaoBlog.it

Strettamente connessa alla libertà di pensiero è la libertà di manifestare ed esprimere le proprie idee. Chiunque abbia accesso ad Internet può esprimere le proprie idee, che sia su un blog, un social network o una testata giornalistica nazionale. Internet, però, non è indispensabile. Anche quando parliamo con un amico stiamo esercitando un nostro diritto. Parliamo di uno stesso diritto, ma le modalità hanno sostanziali differenze.

Parlando pubblicamente con un interlocutore, consideriamo in modo attento tutto ciò che diciamo, perché abbiamo la consapevolezza di essere responsabili delle nostre azioni. Su Internet, invece, sembra quasi che tutto sia permesso: minacce, violenze, razzismo, insulti, pedofilia, cose che difficilmente avvengono nella vita reale senza considerare le conseguenze delle proprie azioni. Ma anche il Web è ormai vita reale, e allora?

Ogni volta che si accenna all’applicazione di leggi anche sul Web o all’intervento di una qualche autorità, si grida subito alla censura, alla proibizione di un diritto. Ma è veramente così? Questo argomento, che sembra quasi un tabù, è sotto i riflettori in questi giorni, sollevato dal Presidente della Camera dei Deputati: Laura Boldrini. Come riporta l’articolo di Concita De Gregorio su Repubblica, pubblicato ieri, la Boldrini ha posto questo problema ai Deputati.

So bene che la questione del controllo del web è delicatissima. Non per questo non dobbiamo porcela“, ha affermato il Presidente della Camera. “Mi domando se sia giusto che una minaccia di morte che avviene in forma diretta, o attraverso una scritta sul muro, sia considerata in modo diverso dalla stessa minaccia via web. Me lo domando, chiedo che si apra una discussione serena e seria.” La Boldrini, infatti, è stata vittima di minacce di morte di ogni tipo, di insulti e di violenze, tutte online.

È evidente, quindi, che bisogna porsi il problema. Questo non significa censurare il Web o violare un diritto, ma far rispettare le leggi dello Stato italiano anche sul Web. Sembra una cosa scontata, eppure non tutti sono d’accordo. Bisogna assumersi le proprie responsabilità per le azioni commesse, sia nel mondo fisico che in quello virtuale.

Continua la Boldrini: “Se il web è vita reale, e lo è, se produce effetti reali, e li produce, allora non possiamo più considerare meno rilevante quel che accade in Rete rispetto a quel che succede per strada.” Questo vale sia per gli aspetti negativi che per quelli positivi del Web. Ad esempio, nelle ultime elezioni politiche, i partiti hanno sottovalutato il Movimento Cinque Stelle, che è nato e cresciuto sul Web, con esiti distruttivi. (per approfondimenti, consiglio la lettura dell’articolo del mio collega Manuel Guarino)

Quando si affronta l’argomento della libertà d’espressione sul Web, si dimentica spesso il concetto di libertà in sé e per sé, che ritengo importante nell’analisi di questo tema. Nella sua trattazione ‘Sulla Questione Ebraica‘, affronta questo tema Karl Marx che, in riferimento a quanto enunciato nella Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo del 1791, scrive: “La libertà è […] il diritto di fare ed esercitare tutto ciò che non nuoce ad altri. Il confine entro il quale ciascuno può muoversi senza nocumento altrui è stabilito per mezzo della legge, come il limite tra due campi è stabilito per mezzo di un cippo”. Perché questo non dovrebbe valere anche sul Web?

Aggiornamento (15/05/2013)

Oggi ho iniziato a leggere il saggio “Il Web ci rende liberi?“, scritto da Gianni Riotta, e ho scoperto che il Web era già stato paragonato al Paese dei Balocchi. Nicholas Carr, sulla rivista americana “The Atlantic“, ha scritto come “il Web sia il Paese dei Balocchi e noi Pinocchi e Lucignoli pronti a trasformarci in asinelli” (tratto dal capitolo 1 del saggio di Riotta).

Thomas Vitale

Il Web è accessibile a tutti: e in Italia?

Accesso al Web

Immagine tratta dal blog di Eleonora Guglielmini

Sono passati più di vent’anni dall’invenzione del World Wide Web, eppure il tema dell’Accessibilità è ancora lontano dal trovare una soluzione definitiva, complice anche la continua evoluzione delle tecnologie a disposizione. Il “padre del WWW”, Tim Berners-Lee, ha da sempre lottato per mettere in risalto questo fattore, tutt’altro che banale, ma l’esito non è stato sempre quello sperato, soprattutto in Italia.

Il termine “accessibilità”, nell’era del digitale, è bivalente: indica sia l’accessibilità a Internet come tecnologia, sia la possibilità di fruire dei contenuti pubblicati in rete e da qualsiasi dispositivo. Continua a leggere