Il Web ci rende liberi? Gianni Riotta e la dialettica della rivoluzione digitale

La copertina del libro "Il Web ci rende liberi?" di Gianni Riotta, pubblicato da Einaudi

“Il Web ci rende liberi?” di Gianni Riotta, pubblicato da Einaudi

Il Web ci rende liberi? è l’ultimo saggio scritto dal professor Gianni Riotta, che s’interroga sulla domanda che dà il titolo al libro e prova a fornire una risposta soddisfacente. È un’analisi brillante e coinvolgente, in cui Riotta considera tutte le categorie della cosiddetta ‘Rivoluzione Digitale’ con rigore e lucidità intellettuale, senza pregiudizi o affrettate posizioni di parte. Solo nell’ultimo capitolo, infatti, l’autore rivela la sua posizione e spiega perché non si è schierato con le teorie analizzate nel corso della trattazione.

Pur non rivelando da subito la sua posizione, il saggio non è freddo o impersonale, ma è caratterizzato dalle esperienze autobiografiche dell’autore, che costituiscono la base degli argomenti trattati. Riotta, infatti, scrive spesso di come ha vissuto le novità nel campo delle tecnologie della comunicazione, rivela le prime impressioni, perplessità e sogni sul futuro di questi nuovi strumenti. In questo modo coinvolge emotivamente il lettore, che percepisce come la Rivoluzione Digitale abbia influito realmente sugli individui.

‘Individuo’ è una delle parole chiave del libro. Più volte l’autore sottolinea il passaggio dal secolo delle Masse, il Novecento, al secolo dell’Individuo, della Persona: il ‘secolo Personal’. Proprio dall’individuo bisogna partire per intraprendere il percorso di comprensione del Web. Scrive Riotta: “Dobbiamo guardare a noi, gli artefici e artigiani della tecnologia, prima che al software e all’hardware”.

Gianni Riotta al Festival del Giornalismo

Gianni Riotta, autore di “Il Web ci rende liberi?” | Foto di International Journalism Festival

Riotta mette in evidenza la somiglianza delle reazioni umane ogni volta che viene immesso sul mercato un nuovo strumento tecnologico. In un primo momento si travasano vecchi contenuti nei nuovi strumenti, ma non avviene la rivoluzione. In questa fase ogni previsione sul futuro delle nuove tecnologie risulta sempre errata. L’autore porta come esempio la stampa a caratteri mobili di Gutenberg: finché si stampa la Bibbia in latino, nulla di eccezionale. La vera rivoluzione avviene nella fase successiva, quando si comincia a stampare la Bibbia in volgare, sull’onda della Riforma Protestante. “Senza contenuti rivoluzionari la sola tecnologia non scatena svolte nella storia”, scrive l’autore.

Riotta non considera le innovazioni digitali solo nella sfera della vita quotidiana, ma anche nella politica e nelle rivolte sociali come la Primavera Araba, di cui confuta il ruolo chiave assegnato a Twitter. L’autore scrive che nelle elezioni del Presidente degli Stati Uniti, il team di Obama ha saputo utilizzare molto bene i new media, riuscendo a sconfiggere l’avversario Romney. I loro dibattiti politici sono stati seguiti da migliaia di persone sui social network, episodio analogo a quanto successo per il dibattito televisivo di Bersani e Renzi o per la ‘corrida tv’ tra Berlusconi e Santoro. È altresì fondamentale, spiega Riotta, la ‘convergenza Old-New Media’. L’autore scrive: “I new media sono enzima che in contatto con la potenza dei media tradizionali, dai giornali alla tv, li trasforma, insieme all’opinione pubblica, in modo radicale”.

Mi ha colpito particolarmente il capitolo in cui si parla del ‘Computer Scrittore’, in grado di comporre una poesia o di redigere un romanzo traendo parole dal Web secondo un certo algoritmo. Trovo difficile l’idea di ascoltare la ‘Voce del Computer’, perché, come fa notare Riotta, “se un robot ‘compone poesie’ dovremo riconoscergli qualità umane”. Un’altra trattazione interessante riguarda la tecnica della manifattura digitale con le stampanti 3D, che lentamente sta attuando un’opera di deindustrializzazione: dall’industria di massa alla ‘produzione personal’.

Gianni Riotta presenta "Il Web ci rende liberi" con Calabresi al Salone del Libro di Torino

Gianni Riotta presenta “Il Web ci rende liberi?” con Mario Calabresi al Salone del Libro di Torino | Foto di Thomas Vitale

Come considerare, quindi, il Web? Al XXVI Salone Internazionale del Libro di Torino, Riotta ha proposto la metafora della piazza di paese: se tutti girano con un coltello in tasca, c’è violenza, se tutti girano con una chitarra, si canta e si suona. L’autore scrive che “siamo noi, padri e madri e figli e figlie, l’umanità decisiva perché online il Buio non prevalga sulla Luce”. Per riuscirci, però, c’è bisogno di un’adeguata educazione digitale.

Un punto critico è come utilizzare l’enorme quantità di informazioni che fornisce il Web. Al Salone del Libro, Riotta ha spiegato che è un lavoro che deve fare la famiglia, ma soprattutto la scuola: non si tratta di usare, ad esempio, la lavagna elettronica, ma i docenti “devono insegnare un metodo critico per usare il digitale”. Nel libro scrive che “non bastano i dati […], servono anche giudizio, filtro, analisi, commento”.

Un aspetto che ho apprezzato molto di questo libro è l’utilizzo saggio e ragionato delle citazioni di opere letterarie e filosofiche, classiche e moderne: dalla tragedia greca al romanzo cavalleresco, da Socrate a Seneca, da Leibniz a Hegel, da Pirandello a Calvino e Vittorini. È piacevole l’intarsio letterario con cui l’autore decora la trattazione, a volte esplicito, altre latente. Riotta è perfettamente padrone di questo lavoro di abbellimento, per niente barocco, ma stimola il lettore appassionato alla ricerca e alla connessione di temi del mondo classico e moderno con quelli dell’era digitale. È quanto accaduto a me.

La frase che conclude l’ultimo lavoro di Riotta, in particolare, ha prodotto nella mia mente infinite immagini e concetti, agendo come l’Aleph di cui parla Borges nell’omonimo libro: “uno dei punti dello spazio che contengono tutti i punti”. Riotta scrive: “Perché i filosofi hanno finora solo diversamente interpretato il web, internet e la cultura digitale: si tratta ora di cambiarli.” È chiaramente un adattamento per il Web della celebre frase di Karl Marx, che costituisce l’undicesima delle Tesi su Feurbach: “I filosofi hanno solo interpretato il mondo in modi diversi; si tratta però di mutarlo.”

Marx considera il mondo come un insieme di risorse a disposizione, pronte per essere trasformate dall’uomo. Il mondo digitale può essere considerato allo stesso modo. L’uomo, ‘animal toolmaking’ come direbbe Marx, costruendo i propri ‘attrezzi concettuali’ deve essere in grado di utilizzare nel modo giusto il Web. È nostro il compito di rendere il Web uno strumento positivo, di dargli una forma utile e indirizzarlo verso la giusta strada. “Il Web è il nostro specchio”, ha dichiarato Riotta al Salone del Libro.

La Rivoluzione Digitale è un vento che spira trascinandoci irresistibilmente verso il futuro. Alcuni ne sono terrorizzati, altri la osannano, ma essere troppo manichei non aiuta ad affrontare il progresso. Un buon punto di partenza per la comprensione di questo fenomeno? Il libro di Gianni Riotta: “Il Web ci rende liberi?”.

Thomas Vitale

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File sharing: pirati o non pirati? Due chiacchere con Shakespeare

“Legale o illegale, è questo il dilemma”, direbbe un insolito e alquanto tecnologico Shakespeare dei giorni nostri a proposito della questione file sharing. Questione che va presa con le pinze, prima che il nostro caro William si mettesse a cercare torrent, usare software peer-to-peer o scaricare dal web programmi di ogni genere. Non sa che cliccando su “download” (con il suo bel mouse a forma di teschio) scaturiscono una serie di problematiche riguardanti il copyright del file che ormai è salvato sul suo PC. Problemi? Quali problemi? Cerchiamo di fare chiarezza.

Innanzitutto, dal punto di vista giuridico, esiste la legge Urbani. Si è fatto un grande baccano intorno a quest’ultima, soprattutto riguardo all’articolo 171-ter che inizia così:

1. È punito, se il fatto è commesso per uso non personale, con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa da cinque a trenta milioni di lire chiunque per trarne profitto:

Si elencano, poi, una serie di punti che in dettaglio specificano i reati punibili per legge, visionabili a questo link. Il polverone si è alzato proprio in merito a quella frase (modificata nel 2005), alla quale è stata sostituita la locuzione “a fini di lucro”, in cui “lucro” viene interpretato come acquisizione di patrimonio monetario, con “per trarne profitto”, in cui “profitto” è qualunque cosa, anche il solo risparmio proveniente dal mancato acquisto dell’opera o, addirittura, il solo giovamento cognitivo.

L’altra questione riguarda l’uso che si fà di un qualsivoglia file scaricato. La legge parla chiaro: “se il fatto è commesso per uso non personale” è reato. Prima, però, ci troviamo davanti a un bivio: il file è protetto da copyright o no? Partiamo dal presupposto che ognuno di noi è libero di condividere i propri files personali (che siano foto, video, documenti) scegliendo dove condividerli e con certi criteri di sicurezza e privacy. Se Shakespeare decidesse di condividere, ad esempio, il video di un suo monologo su un certo servizio di condivisione di files, è libero di farlo, proprio perchè un suo file, una sua opera e anche perchè una sua scelta. Se invece decidesse di condividere un video di un film che ha sul suo PC e che lui stesso ha acquistato, allora infrange la legge, perchè il film è protetto da copyright e William diventa immediatamente un pirata! (Immaginatevelo!)

Quindi, i software di condivisione sono illegali? Torniamo al nostro caro William Shakespeare che ora è in un market a fare la spesa. Decide di comprare un coltello da cucina. Cosa c’è di male? Assolutamente nulla. Comprare un coltello non è un reato ma se William con quel coltello deciderà di ferire qualcuno, allora infrangerà la legge. Dunque, come l’uso improprio del coltello da cucina (oggetto legale), così l’uso di software p2p, client torrent o altro (software legali) per condividere files coperti da copyright, infrange la legge, diventando pirateria a tutti gli effetti. Allora, la risposta alla domanda iniziale è “No”.

I software come eMule, uTorrent o qualsiasi altro client sono legali. Sono i cosiddetti software di file sharing o peer-to-peer, a volte abbreviato p2p, e la loro funzione è quella di condividere files, stop. Non si preoccupano (ancora) se il file che due o più utenti si stanno scambiando è protetto da copyright o meno. Due utenti possono scambiarsi files personali (senza copyright, come ad esempio il video di Shakespeare) tramite questi software e proprio perchè files “personali”, non incorrerebbero in nessun reato.

Ma quali sono i files coperti da copyright? Mi verrebbe da dire “tutti quelli che vengono venduti”. Se volessi un software gratuito, nel 99% dei casi esiste il suo sito ufficiale da dove scaricarlo, quindi non ho bisogno ad ogni costo di eMule, uTorrent o altro. Precisiamo, però, che non tutti i files presenti, ad esempio, su eMule sono coperti da copyright. Come dice l’avv. Elena Bassoli in questo articolo, “per ora, in Italia, non è reato scaricare da Internet musica, film o programmi tutelati dal diritto d’autore. Purché non venga fatto «per scopo di lucro».” Quindi, i pirati “in proprio” sono ancora liberi di scaricare e riempire i gigabyte dei propri hard disks.

Definizione di pirata informatico:

In bilico. C’è una sottile linea fra legalità e illegalità nel file sharing. “Legale o illegale, è questo il dilemma”. Shakespeare è ancora lì a chiederselo. Con il suo bel mouse a forma di teschio, dopo aver acquistato un coltello da cucina, dopo aver girato un video per il suo monologo, il suo Amleto al posto suo, forse, avrebbe preferito una birra.

Black Mirror, un “J’accuse” alla tecnologia

Il progresso tecnlogico è senza dubbio un argomento molto attuale e altrettanto discusso, infatti con esso si intende la ricerca di nuove tecnologie che possano facilitare sempre più la vita all’uomo. Definito in questa maniera potrebbe sembrare un tema quanto mai importante e vantaggioso, ma solo se controllato, infatti è fondamentale considerare vari aspetti, tra cui primeggiano quelli morali ed etici.

Lo sviluppo scientifico è certamente un elemento basilare nel mondo contemporaneo, la possibilità di poter giungere sempre a nuovi traguardi è un argomento che affascina moltissimo. Ma dove si potrà arrivare? In molti se lo chiedono, in particolare, una serie televisiva chiamata “Black Mirror” ha provato a ipotizzare, con accezione decisamente negativa, vari plausibili scenari futuri.

Black Mirror è una serie che, per il momento, è composta di due stagioni, comprendenti tre episodi l’una, ideata e prodotta da Charlie Brooker e trasmessa per la prima volta nel dicembre 2011. La sua peculiarità è data dal fatto che ognuno dei sei episodi ha una storia a sè, non vincolata in alcun modo a quella degli altri, mantenendo come elemento comune l’evoluzione della tecnologia, incentrando l’argomento sulla dipendenza da essa creata ed i suoi effetti sulla società.

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Immagine tratta da finalciak.com

Passando nel dettaglio all’aspetto riguardante i contenuti,  la serie mette in evidenza il lato oscuro del progresso legato alla tecnologia, infatti in ogni episodio è protagonista una situazione legata alla reazione della società che scaturisce dal rapportarsi con una nuova tecnologia. L’obiettivo che gli autori si sono posti di raggiungere è chiaramente quello di mettere in risalto il complesso rapporto tra scienza ed etica, cercando di sensibilizzare il pubblico a riguardo di come l’uomo dipenda sempre di più dalle macchine, con la possibilità di superare il limite che impone la moralità.

Le situazioni che si vengono a creare toccano svariati temi. Alcuni episodi trattano questioni molto attuali, come la dipendenza dai social network, l’eccessiva presenza dei reality show, o la rivoluzione digitale a riguardo di movimenti politici, quest’ultimo inserito in una storia paragonabile a quella del Movimento 5 stelle, come infatti se ne parla in gran parte di questo articolo. Altri episodi narrano di situazioni date da tecnologie non ancora esistenti, come la possibilità di registrare ogni momento della nostra vista, così da poter attingere ai nostri ricordi e riguardarli, il tutto grazie ad un cip impiantato nel cervello, o come quella che, sfruttando le informazioni tratte dai vari profili su social network, dopo la morte di una persona, può simulare dialoghi con essa. La caratteristica comune di tutti gli episodi, è senza dubbio l’aria cupa che fa da sfondo alle vicende, che si concluduno tutte con un amarissimo finale.

Qui di seguito, ecco il trailer di Black Mirror:

Personalmente ho trovato questa serie geniale, gli autori hanno volutamente lasciato libera interpretazione su tutte le vicende narrate, ma invitando chiaramente il pubblico a riflettere sulla possibilità che l’eccessivo progresso tecnologico possa portare solamente a vantaggi, o se come è evidente, è molto probabile che la sottile barriera tra scienza ed etica venga oltraggiosamente oltrepassata. La rivoluzione digitale in atto, una rivoluzione basata sulla libertà di espressione, è un punto di svolta per il futuro dell’ umanità, ma senza un controllo adeguato,  potrebbe portare a conseguenza sociali drammatiche, proprio come ipotizzato in Black Mirror.

Hai mai provato a cercare “Wikipedia” su Wikipedia?

Wikipedia è la più grande enciclopedia online al mondo. Parla 285 lingue differenti (circa 250 attive) ed è uno dei siti più visitati. Rilasciata originariamente con licenza GFDL, dal 15 giugno 2009 Wikipedia è rilasciata anche secondo la licenza Creative Commons “Attribuzione – Condividi allo stesso modo”. Che sia un argomento, avvenimento storico, personaggio, strumento o qualsiasi altra cosa, Wikipedia è il primo risultato di Google e degli altri motori di ricerca. Sostenuta dalla Wikimedia Foundation, Wikipedia è il frutto di donazioni volontarie che mantengono una struttura di circa 800 server e un team di appena 150 persone pagate. Il resto, è il lavoro dei più di 38 milioni di utenti registrati.

Tutto nasce con Nupedia, l’embrione di Wikipedia. Fondata nel marzo del 2000, Nupedia era un’altra enciclopedia non propriamente libera. Infatti, le voci che componevano Nupedia erano scritte da volontari esperti, non da utenti registrati. Il loro obbiettivo era quello di far assomigliare le voci il più possibile a quelle delle enciclopedie professionali. Il problema erano i processi di revisione per una voce che richiedevano molto tempo, così tanto da essere un’enciclopedia di sole 24 voci alla sua chiusura, avvenuta nel 2003.

Wikipedia nasce come progetto complementare di Nupedia. Ad un certo punto, si sente il bisogno di creare un’enciclopedia più dinamica, “un’enciclopedia partecipata”. Così, si diede inizio al progetto Wikipedia (etimologicamente “cultura veloce”, anche se le varianti del termine “wiki“sono molteplici). Nel gennaio del 2001, Jimmy Wales registra il dominio wikipedia.com, segnandone la nascita. Nota importante è che nel 2002 si passa al dominio wikipedia.org, proprio per sottolinearne la natura “non profit”.

Già da subito molti utenti decidono di registrarsi alla piattaforma, anche se la registrazione era facoltativa: si poteva modificare o creare nuove voci anche da anonimi. Questo comportò, in alcuni casi, divulgazioni di notizie false. Solo alla fine del 2005 si decise di restringere la possibilità di creare nuove voci ai soli utenti registrati. Wikipedia, comunque, continuò a crescere e la prova tangibile di questo, fu proprio l’aumento delle voci inserite, arrivate a un milione nel Dicembre del 2004. La professionalità e l’affidabilità la rendono ancora oggi una delle fonti più attendibili usata dai mass media.

“A free encyclopedia that anyone can edit!”. La frase esprime al meglio la vera natura di Wikipedia: un’enciclopedia libera, collaborativa, online e gratuita. L’intera Wikipedia è gestita dal software wiki, che permette di modificare pagine web attraverso un browser. Gli utenti registrati, infatti, possono modificare e creare nuove voci liberamente, ma comunque entro certi limiti stabiliti da Wikipedia stessa.

Gli utenti registrati sono di svariati tipi. Il “wikipediano” talvolta può essere un nerd che si finge tuttologo. Per questo i moderatori sono fondamentali per contrastare qualsiasi modifica apportata che possa essere del tutto falsa o comunque non attestata da fonti certe. Fra i tanti tipi di wikipediani, il più temuto è il vandalo: è il nemico principale dell’amministratore, con il quale è in perenne lotta; solitamente il vandalo vince le prime battaglie, ma è sempre l’amministratore a vincere la guerra con la mossa segreta dell’admin.

A gennaio del 2012, però, il governo americano emana due nuove proposte di legge: il SOPA e il PIPA, entrambe concepite come difesa contro la pirateria informatica e contro le violazioni di copyright. Wikipedia è molto attenta a non violare il copyright, eliminando nei tempi più brevi le modifiche che lo violano. Quindi, cosa hanno a che fare queste due proposte di legge con Wikipedia? In breve, Wikipedia non solo deve monitorare costantemente e in tempo reale tutti i contributi inseriti in tutte le voci presenti eliminando quelle che violano il copyright, ma anche qualsiasi link a qualunque sito che possa violare il copyright. Di fatto la richiesta è praticamente impossibile da attuare, se non con la chiusura di Wikipedia stessa. Ecco l’incipit della homepage oscurata di Wikipedia, il 18 Gennaio 2012:

Per oltre dieci anni, abbiamo dedicato milioni di ore alla costruzione della più grande enciclopedia nella storia dell’uomo. Ora, il Congresso degli Stati Uniti sta considerando se adottare una nuova legislazione che potrebbe irrimediabilmente danneggiare la libertà e l’apertura di Internet. Per le prossime 24 ore, per far si che cresca la consapevolezza di questo rischio, oscureremo Wikipedia.

Nessuno crederebbe a un sito qualunque. Ma Wikipedia è un sito qualunque? A mio modo di vedere, Wikipedia lo è. Non bisogna mai prendere ciò che è scritto su Wikipedia come “verità assoluta”. In teoria, un’enciclopedia deve assumere una posizione neutrale, cosa che su Wikipedia è davvero difficile da mantenere. Inoltre, il vero problema non è tanto capire quanto c’è di affidabile, ma sapere che cosa si sta utilizzando. C’è un forte distacco tra chi conosce Wikipedia (e sa cosa legge) e chi legge acriticamente il suo contenuto. Proprio questi ultimi sono coloro che credono di leggere “verità assolute” (giusto per fare un esempio, gli studenti) e che rimangono acritici di fronte alla voce letta. Essere “imboccati” è da bambini, bisogna dubitare sempre per ricercare la verità. Wikipedia è solo uno strumento, non bisogna fidarsene ciecamente. Solo della mamma ci si può fidare!

Attivismo online? Avaaz.org !

“La comunità on-line di Avaaz può agire come un megafono per attirare l’attenzione su nuove questioni; un faro che può illuminare l’indignazione generale sparsa qua e là in una campagna precisa; un camion dei vigili del fuoco pronti a dare una risposta efficace a un’emergenza venuta fuori all’improvviso”

Home page di Avaaz.org

Home page di Avaaz.org

Ma cos’è Avaaz? E di cosa si occupa?

Avaaz.org è un’organizzazione governativa che si occupa di petizioni online e promuove l’attivismo su temi sensibili e urgenti di natura internazionale, di cui parleremo più approfonditamente in seguito. Avaaz nasce nel Gennaio 2007 inizialmente dall’incontro di 2 organizzazioni, MoveOn, gruppo di azione politica online nato nel 1998 e guidato da Eli Pariser, e Res Publica, comunità con l’obbiettivo di promuovere il buon governo e la partecipazione civica fondata nel 2003 da Ricken Patel, Tom Perriello e Tom Pravda, alle quali si aggiungono successivamente SEIU,  piccolo sindacato americano, e GetUp!, organizzazione australiana costruita sulla falsariga di MoveOn. Li obbiettivi che questa organizzazione si prefissa sono riassunti in 5 lettere, Avaaz per l’appunto, nome che deriva da una parola in persiano il significato della quale è “voce”. Ma come agisce questa voce e, soprattutto, quali sono i campi in cui opera?

Come lavora il team di Avaaz e il grande ruolo della tecnologia

La comunità di Avaaz è molto ampia: opera in 6 continenti ed è disponibile in 15 lingue. Le attività svolte si svolgono online, firmando petizioni, finanziando campagne di sensibilizzazione ed inviando mail per appellarsi ai capi di governo, e anche sul campo con l’organizzazione di manifestazioni su strada.  La tecnologia ricopre un ruolo fondamentale nella vita di quest’organizzazione. Basta infatti un click o una foto, per portare all’attenzione di circa 21 milioni di membri problemi di natura internazionale ed è altrettanto facile fare in modo che migliaia di sforzi individuali si sommino tra loro fino a diventare un’imponente forza collettiva. Per garantirsi una totale indipendenza, Avaaz non accetta più finanziamenti da governi o enti, ma solo dai singoli membri, fino a un massimo di 5000$. In questo modo, secondo lo staff, “nessun gruppo economico e nessun governo può insistere perchè Avaaz sposti le sue priorità per fare comodo a un’agenda esterna”.

La decisione spetta ai membri

Le campagne  non vengono imposte dal team di Avaaz, anzi, grazie a dei sondaggi emergono delle idee. Una volta che viene scelta una tematica essa viene proposta alla totalità dei membri, con email che ne chiariscano ogni aspetto, e se essa riscontra un’approvazione rilevante allora il sito garantisce un sostentamento alla campagna: impegnandosi a portare avanti campagne pubblicitarie di sensibilizzazione, consegnado le petizioni dei membri a chi di dovere ed agendo in ogni modo necessario. Le campagne che hanno ottenuto  maggiore successo sono state proprio quelle suggerite dai membri di Avaaz.

Alcune campagne rilevanti

Le campagne portate avanti da Avaaz riguardano politica, guerre, ambiente e diritti civili. Qui ne verranno riportate alcune delle più significative:

  • Giugno 2009: Avaaz interviene anche nella protezione di veri e propri inestimabili tesori ambientali come la foresta pluviale del Brasile, la quale era sul punto di essere largamente ceduta alle aziende agricole brasiliane per il suo sfruttamento a causa di una legge. In soli due giorni l’ufficio del Presidente Lula fu tempestato da chiamate e mail dai membri di Avaaz, al punto che si raggiunse una revoca della legge.

    Campagna pubblicitaria nella metro di Washington contro le torture portate avanti a Guantanamo.  http://farm3.staticflickr.com/2744/4247871801_50afcd6bc3.jpg

  • Settembre 2009: per mettere fine alla tortura nella prigione di Guantanamo, su richiesta di molti membri, tra cui una netta maggioranza americani, Avaaz ha deciso di allestire nella metropolitana di Washington dei cartelloni pubblicitari, che ricordassero ai politici che la tortura è crudele ed illegale.
  • Gennaio 2012: quasi 3 milioni di firmatari aveva invece la petizione consegnata al Parlamento Europeo per chiedere che il disegno di legge ACTA fosse bocciato. In questo caso Avaaz ha avuto un ruolo rilevante per determinare la bocciatura della legge, come ha ammesso il presidente del Parlamento Europeo, Martin Schulz, in un comunicato stampa: “Sono rimasto molto impressionata dalla petizione di 2,8 milioni di persone di Avaaz che è stata consegnata recentemente al Parlamento europeo. Le preoccupazioni dei cittadini di tutto il mondo sono state tenute attentamente in considerazione dal Parlamento”.
  • Novembre 2012:  circa 1, 8 milioni di membri di Avaaz hanno firmato petizioni e non pochi hanno sostenuto finanziariamente la causa di riconoscimento della Palestina come 194° stato al mondo. L’ONU votò a favore del riconoscimento e ci fu una stragrande maggioranza di si. Questo il commento del delegato generale della Palestina in Europa, Leila Shahid: “”Avaaz e i suoi membri in tutto il mondo hanno svolto un ruolo cruciale nel convincere i governi a sostenere la richiesta del popolo palestinese per uno stato e per la libertà e la pace”.

 

Fonti:

Simone Bonvicini

 

 

Il “Mito della Caverna” e l’educazione digitale

Internet come una caverna

Immagine tratta da ThinkDesign.net

Internet, nel corso degli anni, ha permesso di accumulare milioni di informazioni visualizzabili da tutti coloro che hanno accesso a questa tecnologia. Con il Web si possono leggere le ultime notizie di attualità, si può consultare un’enciclopedia, approfondire un argomento studiato, rimanere in contatto con gli amici sui social network e leggere riflessioni e commenti di politici, giornalisti e gente dello spettacolo.

Sembra perfetto, eppure non mancano le critiche. Perché? Il primo problema presente in Italia è la mancanza di un’educazione al Web e, in generale, alle nuove tecnologie. L’errore fatale è quello di subire passivamente le novità, accettandole o criticandole a priori, senza prima fare un’attenta analisi critica delle potenzialità possedute dai nuovi strumenti e di come utilizzarli per migliorare la qualità della vita.

Nel quarto capitolo del romanzo “La Lama Sottile”, lo scrittore Philip Pullman introduce un nuovo personaggio: la dottoressa Malone, ricercatrice che studia le ‘particelle-ombra’ della Materia Oscura. La dottoressa, parlando del computer, rivela: “Noi lo chiamiamo ‘la Caverna’. Ombre sulle pareti della Caverna, capisci, come in Platone”. Forse può sembrare assurdo far riferimento a un romanzo fantasy, ma può fornire degli spunti per analizzare la ‘dialettica di Internet’.

Leggendo la frase appena riportata, mi è sembrato naturale estendere l’analogia con il mito della caverna, esposto da Platone nella “Repubblica”, anche a Internet e al Web. Questa analogia può permettere di capire in che modo sono considerate le informazioni contenute su Internet e come agire per proporre un’educazione digitale.

Il computer è una caverna in cui distinguere le ombre dalla verità

Immagine tratta da Wall321.com

Un primo passo è capire che i nuovi mezzi di comunicazione (computer, tablet, smartphone) sono interfacce tra persone. Per continuare la contaminazione platoniana, si potrebbe dire che l’uomo sia il demiurgo di queste tecnologie, ossia l’artefice: non c’è niente di mistico. Dobbiamo assumere, quindi, un comportamento attivo nei confronti di tali mezzi, perché sono i prodotti dell’ingegno umano.

Un secondo passo è proprio riuscire a operare una cernita delle informazioni. Ciò significa che non si può assumere come ‘vero’ tutto ciò che leggiamo o vediamo su Internet. Questo punto è fondamentale nell’opera di costruzione di una “educazione digitale”.

Si tratta di verificare sempre, come ho già scritto in un precedente articolo, la veridicità delle informazioni! Con la radio e la televisione questo aspetto non è stato sottolineato, perché non sono tecnologie aperte a tutti: possedere un televisore non significa poter trasmettere un programma televisivo autoprodotto. Internet, invece, è libero, almeno teoricamente (ho affrontato questo argomento nell’articolo Il Web è accessibile a tutti: e in Italia?). Tutti coloro che vi hanno accesso possono partecipare, anche semplicemente su un social network.

Internet è il nemico da abbattere? No. Il fatto che chiunque possa esprimere la propria opinione è un aspetto importante. È ciò che rende il Web libero! Libertà, però, è diverso da anarchia. C’è bisogno, come già detto, di un’educazione digitale che, percorrendo gli oscuri antri della ‘Caverna’, aiuti a distinguere le ombre, false e immateriali, dalla verità. L’educazione digitale non è limitata a questo, ma deve affrontare il mondo delle nuove tecnologie a 360°, insegnare il giusto metodo di utilizzo.

Beppe Severgnini, giornalista del Corriere della Sera, scrive in un articolo che bisognerebbe introdurre l’educazione digitale nelle scuole. Il programma? “Come guidare un mezzo veloce, nuovo e magnifico, senza andare a sbattere.  I social network – e la banda larga che li ha resi potenti – hanno pochi anni. Tutti stiamo imparando tutto.”

È significativa la conclusione dell’articolo, indirizzata a coloro che considerano Internet e le nuove tecnologie una minaccia: “Tutto cambia, non necessariamente in peggio. È un mondo complicato, attraversato da una terribile bellezza. Se li aiutiamo, i nostri ragazzi capiranno come viverci. E lo spiegheranno anche a noi.”

Thomas Vitale

Second Life: una reale finzione o una concreta seconda vita?

Second Life è una comunità virtuale tridimensionale on-line in 3D, aperto a tutti i maggiorenni, che permette ai suoi utenti di vivere una vera e propria “seconda vita“. Questo fenomeno, in aumento esponenziale soprattutto negli ultimi tempi, suscita svariate controversie, molto interesse, ma anche numerose critiche.

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Logo di Second Life, da thecrew.blogosfere.it

La sua storia ha inizio nel 2003, quando la società americana Linden Lab la crea. Alla fine dello stesso anno gli utenti superano già i 2000, dopo solo un anno raggiungono già i 10000, mentre nel 2006 si arriva a toccare quota 100000. Oggi, il mondo virtuale di “SL“, può contare addirittura 2 milioni di utenti (3 se si contano anche le identità doppie che si possono ottenere pagando), con tra le 10000 e le 30000 persone connesse contemporaneamente in ogni istante (dati tratti da questo articolo).

Passando a ciò che Second Life ha da offrire ai proprio utenti, o meglio definiti come “residenti“, è una vera e propria realtà alternativa, con tutto ciò che essa comporta, infatti è possibile compiere qualsiasi azione con il proprio avatar, dal modificare i vestiti al decorare la propria casa, dall’avere un lavoro all’interagire in ogni modo con altri avatar. In ogni momento, inoltre, è possibile spostarsi da uno scenario all’altro, sono infatti stati creati vari contesti, non reali (paesaggi generici come spiagge, locali e parchi) e reali(riproduzione di luoghi realmente esistenti come ad esempio le città di Roma e Londra).

Ma la vera libertà che è presente del mondo di Second Life è quella che riguarda la presenza del diritto d’autore sugli oggetti che un utente crea, essi possono essere poi venduti e scambiati utilizzando una moneta virtuale specifica di SL, il Linden Dollar, ed essendo che questa moneta può essere convertita in veri Dollari americani ed Euro, si è creato un enorme giro economico. Ciò, ha dato vita ad una vera e propria economia interna a Second Life, infatti, al di là della semplice compravendita di oggetti, molti utenti hanno cominciato a sfruttare questa possibilità con la creazione di un lavoro concreto, con la formazione di veri capitali in Dollari o Euro. Per rendere l’idea dell’enorme giro di denaro coinvolto, ad esempio circa 500.000 euro al mese vanno ai produttori solo per gli affitti delle isole create.

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Un’ immagine tratta da SL, da www.game-rate.com

Descritto in questa maniera, Second Life, potrebbe sembrare uno straordinario esempio di come la digitalizzazione possa dare ad una persona ciò che nella vita reale non può ottenere, ma questo è sempre un pregio? La risposta è chiaramente no, infatti le numerosissime critiche intimategli sono soprattuto a riguardo di problematiche derivanti da questa possibilità.

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Vignetta tratta da ainanott.edublogs.org

“Get a First Life”. Questo il titolo della principale campagna a suggerire alle persone cadute nel dedicare più tempo al perfezionamento della loro vita in Second Life piuttosto che concentrarsi sulla vita reale. Numerosi sono gli episodi di persone che si sono dovute rivolgere a psichiatri per uscire da questa situazione, l’influenza psiologica legata a motivi di guadagno, infatti, è molto alta. Un altro problema molto diffuso è senza dubbio quello legato al denaro, la possibilità di crearsi un capitale e guadagnare ha infatti creato molti casi di indebitamento dentro il motivo virtuale, che si sono poi propagati in concreti debiti nella vita reale.

La caratteristica del web che più affascina è certamente la libertà presente in esso, nel caso di Second Life il livello è davvero elevato, ma ciò comporta che la qualità del controllo sia elevatissima. La possibilità di essere nel mondo virtuale ciò che nella vita reale non si è in grado di diventare ha ovviamente creato molto fascino attorno a SL, ma è bene utilizzare questo specifico prodotto, o comunque ogni prodotto del genere, con molta cautela, tenendo sempre in considerazione il fatto che il livello di soddisfazione della vita virtuale non sarà mai pari a quello della vita reale. La libertà nel digitale è senza dubbio una qualità straordinaria, ma solo sapendola sfruttare entro certi limiti.

Manuel Guarino

“Piazza anarchica” (Android) e “gabbia dorata” (iOS)

iOS e Android

Modificata da Pietro Marzio. Immagini prelevate da http://www.e2save.com e http://www.techairlines.com

C’era una volta il il telefonino, dispositivo mobile usato prevalentemente per effettuare chiamate e inviare sms. Prendiamo ad esempio il Nokia 3310 (2000): chiami, messaggi e al massimo giochi a Snake. Nulla di più! Poi, il progresso: chiami, messaggi, fai foto, ti connetti ad internet, sai dove sei, controlli la posta, giochi (sicuramente non a Snake!), ascolti musica, etc… Il telefonino è diventato uno smartphone, immancabile e sempre con te. L’evoluzione è avvenuta come hardware e come software. Entrambe importanti ma solo una realmente a contatto con l’utente: il software di base o più comunemente chiamato “il sistema operativo“.  Oggi, 5 Maggio 2013, abbiamo una moltitudine di sistemi operativi mobile dei quali solo due si sono affermati con prepotenza: Android e iOS. Se con il Nokia 3310 eravamo liberi solo di giocare a Snake, ora che siamo nel 2013, cosa possiamo fare con un sistema operativo molto più evoluto? Cerchiamo di analizzarli entrambi.

La parola d’ordine di Android è “libertà”. Proprietà di Google dal 2005, Android, al contrario di iOS, è un sistema operativo open source. Ispirandosi al “mondo” Linux perchè basato su di esso, anche Android viene personalizzato sia per quanto riguarda la grafica, sia per quanto riguarda opzioni e funzioni. Infatti chiunque può modificare ogni aspetto software del sistema. Così, l’utente Android trova davanti a sè un mondo speciale: il mondo del “modding”, l’operazione di modifica sul lato software del dispositivo. Non è difficile trovare in rete tutorial su come modificare i launcher, installare applicazioni che non fanno parte del Google Play Store, o addirittura modificare l’intero sistema operativo. Il problema è che queste operazioni non sono da tutti: ci vuole un mix di praticità, pazienza e coraggio.

Android vanta la maggiore percentuale di presenza nel mercato di tutto il mondo. Questo perchè montato dai maggiori produttori nel campo della telefonia su moltissimi dispositivi. Ma non è tutt’oro quello che luccica: la presenza di Android su una vasta gamma di terminali rende la vita davvero difficile a chi sviluppa applicazioni, che si ritrova a dover fare i conti con uno svariato numero di risoluzioni di schermo, limitazioni di velocità e compatibilità di sistema. Il risultato è, spesso e volentieri, applicazioni con bug non ottimizzate per tutte le distribuzioni Android, che possono influenzare di molto l’instabilità dell’intero sistema.

Altra nota negativa è che recentemente Android è diventato il bersaglio più importante per gli attacchi di malware. Ciò compromette la sicurezza del sistema e di conseguenza i dati personali del proprietario del dispositivo.

Il più grande antagonista di Android è iOS. Con la presentazione del primo iPhone (2007), il successo di iOS è stato incontrastabile. Infatti l’iPhone, frutto della mente geniale di Steve Jobs, si affermò da subito per la sua semplicità d’uso e per la differenza sostanziale con gli smartphones concorrenti. Il sistema operativo mobile dell’azienda di Cupertino è, fin dalle origini, un sistema chiuso, che punta a bloccare installazioni di applicazioni “di terze parti” con origini sconosciute.

L’App Store è costantemente controllato e ogni singola applicazione viene visionata e testata attentamente prima di essere pubblicata e resa disponibile al download, fornendo applicazioni meno “buggate” rispetto ad Android, proprio perchè iOS gira solo su dispositivi Apple, e quindi con risoluzioni e prestazioni standard. Questo rende praticamente impossibile l’installazione di applicazioni malevoli ma nel contempo limita di molto la libertà dell’utente, eliminando qualsiasi modifica possibile sotto l’aspetto grafico e funzionale. A fronte di una maggiore rigidità, il sistema protegge maggiormente l’utente limitando l’invio di dati e applicazioni a dispositivi non iOS. Questo spiega perché il jailbreak è e rimarrà sempre una via alternativa non riconosciuta dalla Apple.

Gli utenti, quindi, cercano nell’iPhone (o iPad o iPod o “iChessia”) il prodotto finito semplice e pronto all’uso. Forse, il vero punto di forza è il fascino del brand Apple, che ha sempre deliziato chiunque vedesse prodotti con “la mela morsicata”. Oltre a questo, è noto come la Apple sia intenta a controllare tutto il suo ecosistema, un impero basato su una filosofia di leggi e principi rigidi immodificabili. Allo stesso tempo è saldamente convinta di portare avanti le idee di Jobs, provocando così l’invidia, e non pochi problemi, alla concorrenza. Dopo la presentazione del primo iPhone, infatti, le grandi aziende produttrici di smartphones hanno sempre cercato di imitare e contrastare quello che stava diventando il simbolo della nuova era dei dispositivi mobili. Tutto nasceva esclusivamente “anti-iPhone”.

Fonte: camacom.it

Fonte: camacom.it

Cosa scegliere? Il confronto non è semplice. Camminare da soli e personalizzare qualsiasi cosa ha i suoi rischi. Android è come una piazza anarchica: accessibile a tutti senza leggi o regole che possano limitare l’utente. Per questo, forse, Android non riesce a schiacciare iOS. Chi si avventura nel mondo del “modding” deve sapere a cosa va incontro e gli eventuali rischi che può correre. La cosa certa è che il risultato finale è uno smartphone personalizzato al dettaglio e secondo i gusti e le scelte personali. iOS, al contrario, è come una gabbia dorata: per quanto possa essere favoloso il design Apple, rimane chiuso a livello software. Sceglierlo è restare sicuri del fatto che, mano per mano a mamma Apple, non si subiscano danni dal mondo digitale “non-iOS”. L’ingabbiato non sa, o meglio ancora non gli interessa, che può avere maggiore personalizzazione con altri sistemi operativi mobile.

Ma cosa cerca l’utente? Dipende con chi si sta parlando. iOS per antonomasia è definito come “il sistema operativo più intuitivo”. Questo accadeva in tempi non recenti. Android ha fatto passi da gigante nel miglioramento dell’interfaccia, fino ad arrivare all’indagine condotta dalla Siegel+Gale che afferma:

A livello di marchio, Apple è percepito come più semplice di Samsung, ma a livello di prodotto, Samsung batte totalmente la concorrenza, sopratutto quella di iPhone

La cosa importante è seguire i propri gusti. Se avete istinti da “smanettoni”, Android fa per voi. Se volete qualcosa di pronto, iOS è la scelta giusta. Se volete effettuare una chiamata, non so come aiutarvi.

Fonti:

Wikipedia

http://www.techgenius.it/63215/siegelgale-gli-smartphone-samsung-con-android-sono-piu-semplici-di-iphone/

Il Web come l’Isola che non c’è, ovvero le Reti della Libertà

Immagine tratta da NewBeast.gr

Immagine tratta da NewBeast.gr

Due dei Diritti Inviolabili dell’Uomo sono la libertà di pensiero e la libertà di espressione. Questi diritti sono riconosciuti dalle moderne democrazie e sembrano quasi qualcosa di ovvio. Nella pratica, però, come si traducono? Sono libertà assolute o hanno dei limiti? Quali strumenti coinvolgono? È interessante osservare che è una questione rimasta sempre aperta e discussa ogni volta che si afferma un nuovo strumento di comunicazione: in principio erano i codici scritti a mano, poi i libri, i giornali, la radio, la televisione e infine Internet.

“Chi pensa è immortale, chi non pensa muore”

Così scrive Ibn-Rûshd. Il filosofo medievale considera l’Intelletto immortale, quindi chi pensa è anch’esso tale. Pensare in modo autonomo e indipendente è il primo passo per esercitare i propri diritti e le proprie libertà. Con l’avvento di Internet e del Web, ancor più che dopo le invenzioni precedenti, il libero pensiero non è proprio così scontato. Con il Web abbiamo accesso quotidianamente a quanto pubblicato e condiviso dal ‘popolo della Rete’. Questo fa sorgere un problema: come considerare questa infinita quantità di informazioni?

L’utilizzo di Internet deve essere intelligente e ragionato, altrimenti si è facilmente vittime di manipolazioni e condizionamenti. Se da un lato il Web permette di ampliare il proprio bagaglio culturale e produrre un proprio pensiero, dall’altro può essere utilizzato per veicolare le idee dell’opinione pubblica, come accade in questi ultimi tempi sul tema politico. La veridicità delle informazioni deve essere sempre accertata, congiuntamente all’affidabilità delle fonti. Una notizia letta sul sito web del Corriere della Sera è, sicuramente, più affidabile di un messaggio che circola di condivisione in condivisione su Facebook, su profili di gente sconosciuta.

Non sono d’accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu lo possa dire“. Questo aforisma è attributo a Voltaire quasi ovunque sul Web, ma in realtà Voltaire non ha mai detto né scritto una cosa simile! È un esempio di come Internet possa essere un mezzo per diffondere dati e informazioni non veri, quindi bisogna fare attenzione! In un prossimo articolo verrà proprio affrontato questo tema. La fruizione passiva dei contenuti diffusi in rete costituisce la morte della Ragione.

Web: il Paese dei Balocchi

Immagine tratta da CiaoBlog.it

Immagine tratta da CiaoBlog.it

Strettamente connessa alla libertà di pensiero è la libertà di manifestare ed esprimere le proprie idee. Chiunque abbia accesso ad Internet può esprimere le proprie idee, che sia su un blog, un social network o una testata giornalistica nazionale. Internet, però, non è indispensabile. Anche quando parliamo con un amico stiamo esercitando un nostro diritto. Parliamo di uno stesso diritto, ma le modalità hanno sostanziali differenze.

Parlando pubblicamente con un interlocutore, consideriamo in modo attento tutto ciò che diciamo, perché abbiamo la consapevolezza di essere responsabili delle nostre azioni. Su Internet, invece, sembra quasi che tutto sia permesso: minacce, violenze, razzismo, insulti, pedofilia, cose che difficilmente avvengono nella vita reale senza considerare le conseguenze delle proprie azioni. Ma anche il Web è ormai vita reale, e allora?

Ogni volta che si accenna all’applicazione di leggi anche sul Web o all’intervento di una qualche autorità, si grida subito alla censura, alla proibizione di un diritto. Ma è veramente così? Questo argomento, che sembra quasi un tabù, è sotto i riflettori in questi giorni, sollevato dal Presidente della Camera dei Deputati: Laura Boldrini. Come riporta l’articolo di Concita De Gregorio su Repubblica, pubblicato ieri, la Boldrini ha posto questo problema ai Deputati.

So bene che la questione del controllo del web è delicatissima. Non per questo non dobbiamo porcela“, ha affermato il Presidente della Camera. “Mi domando se sia giusto che una minaccia di morte che avviene in forma diretta, o attraverso una scritta sul muro, sia considerata in modo diverso dalla stessa minaccia via web. Me lo domando, chiedo che si apra una discussione serena e seria.” La Boldrini, infatti, è stata vittima di minacce di morte di ogni tipo, di insulti e di violenze, tutte online.

È evidente, quindi, che bisogna porsi il problema. Questo non significa censurare il Web o violare un diritto, ma far rispettare le leggi dello Stato italiano anche sul Web. Sembra una cosa scontata, eppure non tutti sono d’accordo. Bisogna assumersi le proprie responsabilità per le azioni commesse, sia nel mondo fisico che in quello virtuale.

Continua la Boldrini: “Se il web è vita reale, e lo è, se produce effetti reali, e li produce, allora non possiamo più considerare meno rilevante quel che accade in Rete rispetto a quel che succede per strada.” Questo vale sia per gli aspetti negativi che per quelli positivi del Web. Ad esempio, nelle ultime elezioni politiche, i partiti hanno sottovalutato il Movimento Cinque Stelle, che è nato e cresciuto sul Web, con esiti distruttivi. (per approfondimenti, consiglio la lettura dell’articolo del mio collega Manuel Guarino)

Quando si affronta l’argomento della libertà d’espressione sul Web, si dimentica spesso il concetto di libertà in sé e per sé, che ritengo importante nell’analisi di questo tema. Nella sua trattazione ‘Sulla Questione Ebraica‘, affronta questo tema Karl Marx che, in riferimento a quanto enunciato nella Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo del 1791, scrive: “La libertà è […] il diritto di fare ed esercitare tutto ciò che non nuoce ad altri. Il confine entro il quale ciascuno può muoversi senza nocumento altrui è stabilito per mezzo della legge, come il limite tra due campi è stabilito per mezzo di un cippo”. Perché questo non dovrebbe valere anche sul Web?

Aggiornamento (15/05/2013)

Oggi ho iniziato a leggere il saggio “Il Web ci rende liberi?“, scritto da Gianni Riotta, e ho scoperto che il Web era già stato paragonato al Paese dei Balocchi. Nicholas Carr, sulla rivista americana “The Atlantic“, ha scritto come “il Web sia il Paese dei Balocchi e noi Pinocchi e Lucignoli pronti a trasformarci in asinelli” (tratto dal capitolo 1 del saggio di Riotta).

Thomas Vitale

CISPA was back. CISPA is gone. Again.

Ed è proprio oggi, 30 Aprile 2013, che il disegno di legge Cyber Intelligence Sharing and Protection Act (CISPA), è stato bocciato dal Senato statunitense, dopo essere stato reintrodotto nel Febbraio 2013 ed approvato il 18 Aprile 2013 dalla Camera dei Deputati degli Stati Uniti.

Ma di che si tratta? Cos’è CISPA?

CISPA è un disegno di legge, che fu inizialmente introdotto il 30 Novembre 2011, da Mike Rogers, deputato statunitense ed appartenente al partito repubblicano, e da altri 111 sostenitori. Anche in quel caso il disegno fu dapprima approvato dalla Camera dei Deputati ( 26 Aprile 2012), ma venne successivamente bocciato dal Senato. L’amministrazione Obama riteneva (ed è ancora dello stesso parere) che, se approvata, questa legge avrebbe costituito una seria violazione per la privacy dei cittadini ed una conseguente limitazione della libertà d’espressione. Il presidente degli Stati Uniti stesso, Barack Obamaminacciò di porre il veto a CISPA, anche se questo fosse passato in Senato, motivo che, sia allora sia oggi, ne ha decretato la bocciatura da parte dei senatori.

Infatti CISPA, se fosse diventata una legge a tutti gli effetti, avrebbe permesso al Governo statunitense di monitorare il traffico di informazioni in Internet e di accedere ad informazioni sensibili degli utenti senza avere bisogno di un mandato di un giudice, aggirando facilmente l’usuale iter giudiziario. CISPA è da intendersi come un ampliamento del U.S.A Patriot Act, legge entrata in vigore nel 2001 dopo la strage di World Trade Center e che rafforza il potere delle forze di polizia e delle agenzie governative FBI, NSA, CIA, per prevenire altri attacchi terroristici, ma intaccando la privacy dei cittadini. Inoltre, a differenza del Patriot Act, CISPA protegge da qualunque azione legale chi (per esempio Google, Facebook, Twitter, operatori mobili, provider Internet ecc.) condivide dati sensibili con il governo.

Il fine è quello di garantire la sicurezza nazionale e di scongiurare attacchi di terrorismo e cyber-terrorismo ed è da elogiare, ma il mezzo, ovvero il contatto con dati sensibili dei cittadini ( anche quelli dei Social Network), non lo è altrettanto. Il timore è che, con la scusa delle cyber-guerre e della lotta al terrorismo, CISPA venga utilizzato come strumento per sorvegliare l’attività delle persone in rete e soprattutto per affondare il file-sharing protetto da copyright, obbiettivo quest’ultimo di altri due disegni di legge precedentemente bocciati: SOPA e PIPA.

Queste due proposte di legge avrebbero permesso ai detentori di copyright ed al Dipartimento di Giustizia statunitense di procedere per vie legali contro quei siti colpevoli di aver diffuso o facilitato contenuti che violassero il diritto d’autore. Le durissime sanzioni avrebbero fatto in modo che il sito in questione fosse “isolato” dal mondo del web:

  •  divieto per network pubblicitari o per compagnie di gestione pagamenti ( Visa, Paypal) di intrattenere ogni genere d’affari con essi
  • rimozione da parte dei motori di ricerca del link del sito accusato
  • richiesta agli Internet provider di bloccare l’accesso.

In sostanza le “vittime” sarebbero stati i siti web, mentre CISPA, andrebbe a colpire direttamente gli utenti. Per questa basilare differenza, diverse sono state le reazioni del mondo del web.

Reazioni di Internet a CISPA

Non appena CISPA è stato riproposto, nel Febbraio di quest’anno, molte sono state le proteste e le iniziative online, che sono ulteriormente aumentate dopo l’approvazione della Camera dei Deputati:

  • per il 22 Aprile Anonymous aveva annunciato una sorta di sciopero per sensibilizzare l’opinione pubblica in rete a riguardo. In particolare, più di 400 siti web hanno aderito sostituendo i loro contenuti con messaggi, per mostrare i rischi che CISPA avrebbe significato e i motivi per i quali opporvisi
  • a partire dal 5 Aprile Avaaz.Org ha organizzato una petizione per fermare l’approvazione di CISPA ed ottenendo in poco meno di un mese circa 841.000 firme. Gli attivisti di questo sito definiscono CISPA un disegno di legge orwelliano, che permetterebbe alle autorità di “spiare” la maggior parte degli aspetti della nostra vita quotidiana ( sempre più strettamente legata ad Internet) come se fossimo costantemente sotto gli occhi del Grande Fratello. Ecco la petizione:

“In qualità di cittadini preoccupati, vi chiediamo di abbandonare subito il Cyber Intelligence Sharing and Protection Act (CISPA). Con gli eccessivi e inutili poteri di sorveglianza che vi attribuisce, mettereste in serio pericolo la nostra democrazia e le nostre libertà. Internet è uno strumento fondamentale per permettere alle persone di tutto il mondo di scambiare idee e lavorare collettivamente per costruire il mondo che tutti noi vogliamo. Vi chiediamo di mostrare una vera leadership facendo tutto il possibile per proteggere la nostra libertà in Rete.”

  • anche l’organizzazione internazionale Electronic Frontier Foundation (EFF) si è dimostrata spaventata a riguardo definendo CISPA “una pericolosa legge sulla cyber sicurezza che garantisce molto più potere alle compagnie per ottenere dati sensibili degli utenti” ed invitando tutti i lettori statunitensi ad inviare un messaggio ai senatori del proprio Stato per opporsi a tutto ciò
  • anche sui social network si hanno reazioni di opposizione a questa proposta di legge, come per esempio su Twitter in cui gli hashtag di riferimento sono #stopCISPA e #CISPAblackout.

    Alcuni tweet con l'hashtag #stopCISPA

    Alcuni tweet con l’hashtag #stopCISPA

Tuttavia, la reazione che si ebbe per opporsi a SOPA e PIPA fu di maggiore entità e coinvolse anche grandi compagnie come Mozilla, Google, Wikipedia, Reddit ecc. In questo caso invece è stato il contrario, ed è stata CISPA ad avere dalla sua grandi alleati come Intel, McAfee, IBM, Oracle ed altri.

Ciò accade perchè SOPA, oltre a condannare coloro i quali avessero diffuso contenuti coperti da copyright, avrebbe portato al banco degli imputati anche i siti web indirettamente complici della diffusione di questo materiale. CISPA si sarebbe concentrata invece sui singoli utenti ed avrebbe chiesto ai portali e social network i dati sensibili degli utenti da consegnare alle autorità competenti.

Per ora, CISPA, come prima di lei SOPA e PIPA, è stata bocciata, ma non è escluso che in un futuro non molto lontano possa essere riproposta. E’ chiaro che il fine, ovvero il garantire la sicurezza nazionale, sia un obbiettivo molto importante, ma vale la pena calpestare in questo modo la privacy dei cittadini?

Fonti:

http://en.wikipedia.org/wiki/Cyber_Intelligence_Sharing_and_Protection_Act

http://rt.com/usa/cispa-patriot-web-swartz-081/

http://mytech.panorama.it/internet/CISPA-sciopero-anonymous

Simone Bonvicini