Roberto Casati “Contro il colonialismo digitale: istruzioni per continuare a leggere”

La copertina del libro "Contro il colonialismo digitale" di Roberto Casati

“Contro il colonialismo digitale” di Roberto Casati, edito da Laterza

Contro il colonialismo digitale è il nuovo libro del filosofo e ricercatore Roberto Casati, edito da Laterza. Il titolo è molto forte, desta curiosità l’accostamento dell’aggettivo ‘digitale’ al sostantivo ’colonialismo’.  Al XXVI Salone Internazionale del Libro di Torino, Casati ha sottolineato di non essere contro il digitale, ma un anticolonialista. L’autore ha spiegato che “la tesi del colonialismo digitale è semplice: se una certa pratica o contenuto possono migrare verso il digitale, allora devono farlo”. È quella che nel libro chiama ‘normatività automatica’. Il punto critico è, quindi, capire cosa può migrare verso il digitale e cosa non può e non deve migrare.

Casati si chiede in che modo sia cambiato l’ecosistema del libro passando dal cartaceo al digitale e quali siano le conseguenze di questa migrazione. “La lettura è minacciata; ci viene rubata. A volte ci viene vietata”, scrive l’autore con molta enfasi e in modo epigrammatico. Nel libro sono analizzati tutti gli aspetti positivi del libro cartaceo, sottolineando come alcuni dei ‘difetti’ imputatigli siano in realtà dei punti di forza. Un esempio è la linearità della lettura cartacea. Se la migrazione verso il digitale di ricettari ed enciclopedie ha avuto successo per le loro caratteristiche intrinseche, la saggistica ha invece bisogno del libro di carta. Bisogna considerare, quindi, l’attenzione del lettore.

Roberto Casati al Festival della lettura

Il filosofo Roberto Casati | Foto di Niccolò Caranti

L’autore scrive che è importante proteggere l’ambiente di lettura. Un saggio ha bisogno di concentrazione per essere compreso e interiorizzato e di uno spazio che favorisca questi aspetti. L’iPad e i suoi simili, invece, sono delle “vetrine di contenuti”, che disperdono l’attenzione del lettore. Casati fa notare che l’e-book ha avuto successo con l’iPad e non con gli e-reader dedicati. Ma in questo nuovo ecosistema “il libro è una app”, “una comparsa tra le tante”, che “entra in competizione con concorrenti agguerriti e predatori”.  Se il computer è nato come strumento di “produzione intellettuale”, l’iPad è nato per il “consumo intellettuale”.

Il filosofo affida alla scuola il compito di salvaguardare la lettura e proteggerla da fonti di distrazione. Riguardo al rapporto tra scuola e tecnologie, al Salone del Libro l’autore ha spiegato che bisogna “imparare a negoziare con il digitale, reinventandolo con creatività”. L’autore critica le discussioni in cui si parla della scuola in termini di ‘mezzi’ e non di ‘fini’, perdendo di vista l’obiettivo della scuola. Scrive che “se le tecnologie devono diventare delle opportunità bisogna reinventarle di continuo”.

Casati spiega come con creatività si possano progettare dei metodi di insegnamento che sfruttino i vantaggi delle nuove tecnologie, ma come mezzo, non come fine. Invita i professori liceali a far partecipare i propri studenti alla scrittura e alla modifica delle voci enciclopediche di Wikipedia, piuttosto che assegnare semplicemente delle ricerche con la paura di un ‘copia/incolla’ passivo e acritico. Chiede alla scuola di riservare un po’ del tempo scolastico alla lettura, perché è in grado di fornire “una protezione dello spazio dell’attenzione” non possibile altrove. Quello che conta “non è tanto l’oggetto digitale che uno crea, quanto la definizione di una sceneggiatura molto precisa per interagire con la tecnologia”.

Casati presenta "Contro il Colonialismo Digitale" al Salone di Torino

Casati presenta “Contro il Colonialismo Digitale” al Salone del Libro di Torino, con Gino Roncaglia, Maurizio Ferraris e Alessandro Laterza | Foto di Thomas Vitale

Alla presentazione del libro di Casati al Salone di Torino sono intervenuti Gino Roncaglia, professore di Informatica Umanistica all’Università della Tuscia, e Maurizio Ferraris, professore di Filosofia Teoretica all’Università di Torino. Roncaglia ha affermato: “La scuola deve essere una palestra di ragionamento e di comprensione di contenuti complessi, ma ciò non passa necessariamente per la protezione dal digitale: bisogna farne un utilizzo ragionato”.

Anche Ferraris si è espresso sulla funzione della scuola: prima era “il luogo in cui si imparava a mantenere un’attenzione prolungata su un certo numero di pagine, cercando di ricordarle ed elaborarle”. Con l’arrivo del digitale, il ‘copia/incolla’ favorisce la scarsa interiorizzazione delle informazioni, esperienza legata all’ambiente della forma libro.

Nel suo libro Casati fa notare che l’insegnante non può essere sostituito da un “maestro elettronico”, a patto che non si consideri il docente come un “dispensatore di contenuti”. Ma per quello c’è il Web. Il punto di forza della scuola, scrive l’autore, è insegnare ad elaborare un proprio punto di vista critico e concettuale. È quanto espresso anche dai professori Roncaglia e Ferraris. Il Web, ha illustrato Casati al Salone di Torino, fornisce semplicemente l’accesso alle informazioni, poi bisogna leggerle, capirle e assimilarle prima di arrivare alla conoscenza, a cui il digitale non darà mai accesso.

Thomas Vitale

Il “Mito della Caverna” e l’educazione digitale

Internet come una caverna

Immagine tratta da ThinkDesign.net

Internet, nel corso degli anni, ha permesso di accumulare milioni di informazioni visualizzabili da tutti coloro che hanno accesso a questa tecnologia. Con il Web si possono leggere le ultime notizie di attualità, si può consultare un’enciclopedia, approfondire un argomento studiato, rimanere in contatto con gli amici sui social network e leggere riflessioni e commenti di politici, giornalisti e gente dello spettacolo.

Sembra perfetto, eppure non mancano le critiche. Perché? Il primo problema presente in Italia è la mancanza di un’educazione al Web e, in generale, alle nuove tecnologie. L’errore fatale è quello di subire passivamente le novità, accettandole o criticandole a priori, senza prima fare un’attenta analisi critica delle potenzialità possedute dai nuovi strumenti e di come utilizzarli per migliorare la qualità della vita.

Nel quarto capitolo del romanzo “La Lama Sottile”, lo scrittore Philip Pullman introduce un nuovo personaggio: la dottoressa Malone, ricercatrice che studia le ‘particelle-ombra’ della Materia Oscura. La dottoressa, parlando del computer, rivela: “Noi lo chiamiamo ‘la Caverna’. Ombre sulle pareti della Caverna, capisci, come in Platone”. Forse può sembrare assurdo far riferimento a un romanzo fantasy, ma può fornire degli spunti per analizzare la ‘dialettica di Internet’.

Leggendo la frase appena riportata, mi è sembrato naturale estendere l’analogia con il mito della caverna, esposto da Platone nella “Repubblica”, anche a Internet e al Web. Questa analogia può permettere di capire in che modo sono considerate le informazioni contenute su Internet e come agire per proporre un’educazione digitale.

Il computer è una caverna in cui distinguere le ombre dalla verità

Immagine tratta da Wall321.com

Un primo passo è capire che i nuovi mezzi di comunicazione (computer, tablet, smartphone) sono interfacce tra persone. Per continuare la contaminazione platoniana, si potrebbe dire che l’uomo sia il demiurgo di queste tecnologie, ossia l’artefice: non c’è niente di mistico. Dobbiamo assumere, quindi, un comportamento attivo nei confronti di tali mezzi, perché sono i prodotti dell’ingegno umano.

Un secondo passo è proprio riuscire a operare una cernita delle informazioni. Ciò significa che non si può assumere come ‘vero’ tutto ciò che leggiamo o vediamo su Internet. Questo punto è fondamentale nell’opera di costruzione di una “educazione digitale”.

Si tratta di verificare sempre, come ho già scritto in un precedente articolo, la veridicità delle informazioni! Con la radio e la televisione questo aspetto non è stato sottolineato, perché non sono tecnologie aperte a tutti: possedere un televisore non significa poter trasmettere un programma televisivo autoprodotto. Internet, invece, è libero, almeno teoricamente (ho affrontato questo argomento nell’articolo Il Web è accessibile a tutti: e in Italia?). Tutti coloro che vi hanno accesso possono partecipare, anche semplicemente su un social network.

Internet è il nemico da abbattere? No. Il fatto che chiunque possa esprimere la propria opinione è un aspetto importante. È ciò che rende il Web libero! Libertà, però, è diverso da anarchia. C’è bisogno, come già detto, di un’educazione digitale che, percorrendo gli oscuri antri della ‘Caverna’, aiuti a distinguere le ombre, false e immateriali, dalla verità. L’educazione digitale non è limitata a questo, ma deve affrontare il mondo delle nuove tecnologie a 360°, insegnare il giusto metodo di utilizzo.

Beppe Severgnini, giornalista del Corriere della Sera, scrive in un articolo che bisognerebbe introdurre l’educazione digitale nelle scuole. Il programma? “Come guidare un mezzo veloce, nuovo e magnifico, senza andare a sbattere.  I social network – e la banda larga che li ha resi potenti – hanno pochi anni. Tutti stiamo imparando tutto.”

È significativa la conclusione dell’articolo, indirizzata a coloro che considerano Internet e le nuove tecnologie una minaccia: “Tutto cambia, non necessariamente in peggio. È un mondo complicato, attraversato da una terribile bellezza. Se li aiutiamo, i nostri ragazzi capiranno come viverci. E lo spiegheranno anche a noi.”

Thomas Vitale