Professione vlogger: video come libertà di espressione

Basta poco per diventare un vlogger: una videocamera, un ragazzo/a e una connessione a internet. Il vlogger è quel blogger che decide di filmarsi e rendere pubblico il suo video. Video su che? L’argomento del vlog è strettamente collegato agli interessi, agli hobby o anche alla professione del vlogger stesso. Generalmente, youtuber è sinonimo di vlogger, proprio perchè YouTube è la piattaforma più usata (se non l’unica) per aprire un vlog. Ma come si è giunti al vlog?

Con l’arrivo di internet, il blog è diventato un mezzo fondamentale di informazione. Persino le case editrici di giornali cartacei si sono aggiornate creando propri siti internet, puntando sui giornalisti che aprono blog personali. Obbligate dal fatto che l’informazione non viaggia più su carta come qualche anno fà, si sono aperti nuovi orizzonti e le case editrici cercano di emulare quello che avviene sul web, riproponendo il blogo come un nuovo modo di fare informazione. Ognuno di questi blog tratta argomenti specifici così da evitare la frammentazione dell’informazione. Non più, quindi, un giornale con tanti argomenti, ma solo tanti blog con temi ben precisi.

Il lettore può scegliere fra una vasta gamma di blog. Il punto cardine, però, è che si preferisce vedere video, piuttosto che leggere articoli (a volte chilometrici). Anche se di proprio interesse, talvolta la lettura di articoli può diventare noiosa o per vari motivi, non si ha il tempo materiale per leggerli. Nulla da togliere a i blogger veri, capaci di scrivere articoli fantastici usando una forma espressiva esemplare che trattiene anche chi non ha voglia o tempo di leggere. Il video, però, sembra essere uno strumento molto più potente e diretto.

Così nascono gli youtubers, video blogger (abbreviazione: “vlogger”) che decidono di esprimersi su ciò che gli sta più a cuore. Ma cosa hanno di speciale? Gli youtubers, il più delle volte, sono ragazzi che hanno un’audience altrettanto giovane. Nel web 2.0 è più facile che un ragazzo possa vedere un video piuttosto che leggere un articolo. Se poi lo youtuber che si segue ha gli stessi tuoi interessi, allora il matrimonio s’ha da fare.

Ma non tutti possono diventare veri youtubers. Sorvolando i requisiti materiali (videocamera, connessione o altro) che chiunque può avere, lo youtuber diventa attore, regista, costumista, autore, sceneggiatore, video editor… Insomma, un’intera troop! Il lavoro che c’è dietro a ogni singolo video (parlando degli youtubers più famosi) è davvero tanto e trovare del tempo per farlo, a volte può essere difficile. Caricare con frequenza vlog sul proprio canale è sintomo di passione e volontà.

Lo youtuber “professionale” cerca sempre più di tenersi in contatto con gli iscritti al proprio canale. Youtube semplifica tutto ciò: grazie al sistema di commenti e “mi piace”,  il feedback è fondamentale per lo youtuber, sia per la crescita del suo canale e sia per la crescita “personale”. I feedback non sono altro che i “segnali stradali” che uno youtuber deve seguire per migliorarsi. Certo è che non tutti i commenti devono essere presi per verità, perchè c’è sempre il troll dietro l’angolo.

L’argomento trattato incide molto sulla popolarità che può avere un canale YouTube. Quanta più passione e voglia di fare ha lo youtuber, tanto più diventerà seguito e apprezzato. Ecco alucni esempi di youtubers italiani:

  • soccermagazine.it

    Frank Matano
    soccermagazine.it

    Frank Matano, su YouTube Lamentecontorta, è un divertentissimo youtuber che fà della sua ironia il fattore più importante per il suo canale. Lui non ha un vero e proprio argomento, ama solo scherzare, soprattutto per telefono. Grazie a i suoi scherzi telefonici (e alle povere vittime) si è fatto strada nel web, diventando una “iena” del programma televisivo di Italia 1Le Iene“.

  • Willwoosh (Guglielmo Scilla) è un altro youtuber molto conosciuto in Italia. Si occupa un pò di tutto, creando sketch ironici che hanno sempre come sottofondo temi molto più seri di quanto sembri. Anche per Willwoosh, YouTube è stato motivo di crescita personale: nel corso della sua popolarità si è dedicato alla stesura di un romanzo intitolato “L’inganno della morte” ed edito da Kowalski. Oltre a questo è anche attore e conduttore radiofonico.
  • Daniele Selvitella, alias Daniele Doesn’t Matter, come youtuber è simile a Willwoosh. Anche lui non ha un argomento preciso, ma vuole sempre dire la sua trattando nei suoi video divertenti temi di attualità. Proprio come Willwoosh, Daniele ha scritto un suo libro con titolo “Come diventare famosi stando comodamente seduti in poltrona” redatto da Mondadori, una storia che parla della sua crescita e del coronamento dei suoi sogni grazie a YouTube. Non solo scrittore, ma anche conduttore radiofonico e web designer.
willwoosh-daniele

Willwoosh e Daniele Doesn’t matter
webcelebrity.it

Questi sono solo pochi esempi di tanti youtubers italiani. Gli argomenti che possono essere trattati in un vlog sono vari: si va dal Cotto & frullato di Maurizio Merluzzo a ClioMakeUp di Clio Zammatteo, o recensioni di film e videogames di Yotobi (Karim Musa) fino a i Nirkiop, gruppo di youtubers comici (Nicola, Piero, Anna, Mirko, Gabriele e Davide). Tutti hanno cominciato con solo una videocamera, diventando vip del web grazie alla loro costanza e volontà.

A mio parere, i vlog sono il mezzo di comunicazione più diretto e semplice. Grazie alla “web-finestra” che è YouTube, il vlogger può liberamente esprimere il proprio pensiero a migliaia di fan, proprio come una tv on-demand. La rivoluzione digitale portata da YouTube è molto più che ascoltare musica o vedere video. Le regole del gioco sono cambiate e i vlogger sono i portabandiera della nuova “video-rivoluzione”. Magari potreste vedere sketch di un futuro famoso scrittore o regista. O magari vedere solo un video che possa strapparvi un sorriso, criticare il pensiero del vlogger o ponendovi dalla sua parte. Mai vedere e essere acritici, su qualsiasi cosa. Play.

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Giornalismo digitale e new media: Berardinetti e Guida rispondono

Negli ultimi anni abbiamo assistito a un’evoluzione radicale del modo di fare giornalismo e delle modalità di accesso alle informazioni e alle notizie. Se “la lettura del giornale è la preghiera del mattino dell’uomo moderno” (Hegel, Scritti e bozze), la preghiera del mattino dell’uomo nell’era digitale è la lettura di post, tweet e like su smartphone e tablet.

Davide Mazzocco, Luca Rolandi e Paolo Piacenza al Salone del Libro di Torino

Davide Mazzocco, Luca Rolandi e Paolo Piacenza al XXVI Salone Internazionale del Libro di Torino | Foto di Thomas Vitale

Il passaggio dal cartaceo al digitale non è così scontato. Al XXVI Salone Internazionale del Libro di Torino, è stato trattato questo argomento nell’ambito della conferenza “Giornalismo digitale: la migrazione inevitabile dalla carta al web“.

Davide Mazzocco, autore del libro “Giornalismo Digitale“, ha fatto notare che la riconversione non deve consistere in un semplice ‘copia/incolla’ del materiale su carta. La migrazione, infatti, non consiste in un semplice cambiamento di mezzo. “Dietro ci sono altre dinamiche condizionate dai motori di ricerca, dai social network, che hanno ridisegnato il panorama, rendendolo più orizzontale”, ha spiegato Mazzocco. Questo implica il cambiamento del ruolo del giornalista, che come figura professionale deve distinguersi dai cosiddetti ‘citizen journalists’ e ha il compito di selezionare e verificare la veridicità delle notizie, guidando il lettore.

Alla conferenza è intervenuto anche Luca Rolandi, giornalista e redattore di Vatican Insider, che ha sottolineato come è cambiato il rapporto dei media tradizionali con Internet nel corso degli ultimi anni. Ha evidenziato il fatto che solo recentemente si è capito che su Internet è necessario un nuovo linguaggio, che non è possibile riproporre online gli stessi contenuti cartacei. Un altro aspetto importante che Rolandi ha trattato è il rapporto tra il giornalismo ‘tradizionale’ e quello ‘digitale’. Rolandi ha invitato a una coesistenza delle due realtà: il sistema di informazione non deve essere Web contro cartaceo, ma Web con il cartaceo. Ha fatto notare che il Web, per le sue caratteristiche, dovrebbe essere il canale primario di notizie, mentre il giornale cartaceo potrebbe evolvere per proporre approfondimenti.

MarsicaLive: la testata giornalistica della Marsica e dell'Abruzzo

MarsicaLive: la testata giornalistica della Marsica e dell’Abruzzo fondata da Eleonora Berardinetti e Pietro Guida

Per comprendere meglio con quali modalità proceda l’evoluzione del giornalismo negli ultimi anni, ho posto alcune domande a Eleonora Berardinetti e Pietro Guida, giornalisti del quotidiano abruzzese “il Centro”, del Gruppo Editoriale L’Espresso, e fondatori di MarsicaLive, testata giornalistica online della Marsica e dell’Abruzzo.

1) Come è cambiato il modo di fare giornalismo negli ultimi anni?

“Radicalmente. Intanto fino a 15 anni fa il giornalismo si faceva senza cellulare. Bisognava cercare le fonti, i contatti, gli informatori, soltanto tramite telefono di rete fissa. E vi possiamo assicurare che ci si riusciva sempre, o quasi. Ma questa è preistoria.

Se per ultimi anni si intendono gli anni dal 2010 a oggi l’evoluzione non è così radicale in termini di tecnologia, ma lo è, forse in modo più incisivo, per quanto riguarda l’approccio mentale, sociale, psicologico e culturale. Non è la tecnologia che è cambiata poi così tanto, ma sono la società e i lettori che hanno cambiato le loro abitudini, e i media gli sono andati dietro, o ci hanno provato.”

2) Qual è stata l’influenza dei new media sulla vostra professione e come è stata accolta?

“Intanto oggi i quotidiani non sono più cartacei. O meglio, lo sono solo in parte. Ogni giornale ha un sito internet che cammina in modo parallelo. Che parte ancora svantaggiato ma che cammina molto più veloce. Nei prossimi due o tre anni i lettori del web saranno in modo assoluto sicuramente più di quelli della carta stampata.

Tutto ciò per dire che il giornalismo è cambiato come sono cambiate le abitudini della gente. Oggi tutti, o quasi, hanno un tablet o un cellulare con la connessione internet e di questi, tutti, o quasi, leggono le notizie. I siti online si sono moltiplicati e stanno invadendo il mercato, anche pubblicitario se pur a rilento. Si sono moltiplicati anche i blog di informazione e i blogger, ma non riscuotono grande successo di utenti, se non in casi particolari.  Gli utenti-lettori preferiscono portali di informazione professionali e scritti da “veri” giornalisti.”

3) Cosa vi ha persuaso a fondare un quotidiano completamente online?

“Tre motivi fondamentali:

  1. Un sito web è più veloce della carta stampata: dà le notizie e gli aggiornamenti prima e in modo più dinamico. Quando arriva al giornale la notizia è già vecchia.
  2. Un sito web è più interattivo della carta stampata: si possono conoscere le preferenze dei lettori in modo immediato e si ha un riscontro diretto da parte degli utenti che possono subito commentare le notizie e anche criticare.
  3. Un sito internet è più versatile della carta stampata: è possibile mostrare, oltre all’articolo, delle gallerie fotografiche con tanti scatti, dei video, delle immagini in diretta, documenti ufficiali e allegati riguardanti l’argomento, delle interviste video, e molto di più. Insomma, è come un giornale e una tv messi insieme in un sol colpo.”

4) Quali sono gli aspetti che differenziano un “giornalista digitale” da chi scrive solo su carta?

“È l’approccio mentale che cambia, anche lo stile, ma soprattutto la capacità del giornalista “digitale” di adattarsi a situazioni, eventi e frangenti al fine di dare subito la notizia, in tempo reale e nel modo più dettagliato e variegato possibile.”

5) Quali capacità deve possedere un giornalista digitale per sfruttare al meglio i nuovi mezzi di comunicazione?

“Deve essere veloce, preciso e conoscere le abitudini, il linguaggio e la “filosofia” della rete e non solo dei lettori.”

Thomas Vitale

Instagram: ora tutti possono essere “fotografi”

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Logo di Instagram, tratto da www.ispazio.net

Instagram è un’appicazione gratuita per smartphone, ora divenuto vero e proprio social network, che da la possibilità ai propri utenti di scattare e pubblicare foto, con l’opportunità di poter esporre opinioni a quelle degli altri. Esso rappresenta ottimamente la libertà d’espressione, come in generale tutti i social network, presente in Internet.

Questa applicazione nasce dall’idea di Kevin Systrom, un giovane imprenditore americano laureato all’università di Stanford. Uscita ufficialmente il 6 ottobre 2010 sull’itunes Store, Instagram, ha immediatamente un grande successo, tanto che il 9 aprile 2012 Mark Zuckerberg ufficializza la sua acquisione e dei suoi 13 impiegati da parte di Facebook, per la straordinaria cifra di 1 miliardo di dollari.

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Kevin Systrom, immagine tratta da www.forbes.com

La crescita che lo ha caratterizzato è stata rapidissima e vertiginosa, infatti dopo soli 3 mesi dalla pubblicazione sull’App Store, gli utenti ammontavano già a circa un milione. Dopo aver aggiunto la possibilità di inserire hashtag nel gennaio del 2011, Instagram ha raggiunto i 5 milioni di utenti nel giugno dello stesso anno, mentre il mese successivo è stata raggiunta la cifra di 100 milioni di foto condivise da tutto il mondo. Appena un anno dopo l’uscita ufficiale gli utenti superavano i 10 milioni, mentre nel marzo 2012 addirittura 25, fino ad arrivare alle incredibili statistiche attuali:

  • 100 milioni di utenti attivi al mese;
  • 40 milioni di foto pubblicate ogni giorno;
  • 8.500 like cliccati ogni secondo;
  • 1.000 commenti effettuati ogni secondo;

La peculiarità di questa applicazione è che è basata totalmente sulla fotografia, scattando una semplice foto è infatti possibile applicare una vasta gamma di filtri ed effetti, tali da renderla quasi un’opera d’arte, così da poterla pubblicare e sottoporla all’opinione dei propri follower. Pubblicando la foto è possibile contestualizzarla con brevi didascalie e con la geolocalizzazione, ma soprattutto inserendo vari “hashtag“, cioè parole che hanno a che fare con l’immagine, precedute dal simbolo cancelletto. Quest’ultima trovata è utile soprattuto per chi vuole osservare tutte le foto che riguardano un certo argomento, infatti cliccando su un hashtag, si aprirà una pagina contenente tutte le foto che lo possiedono.

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I vari possibili filtri, da www.thephoblographer.com

L’enorme successo che questa applicazione ha avuto, ha fatto sì che diventasse un vero e proprio social network, viste soprattutto le statistiche a riguardo del numero di utenti, dei like e dei commenti. Ciò, ha fatto sì che esso venisse sfruttato anche in ambito lavorativo e pubblicitario, sono molti, infatti, le aziende che tentano di pubblicizzare i propri prodotti grazie ad esso. Ciò avviene soprattutto nell’ambito della moda, dove è importante il ruolo dei fashion blogger, di cui ho parlato in un mio articolo precedente, che postano le foto del loro blog anche su instagram.

La libertà che si cela dietro ad instagram è senza dubbio legata al fatto che permetta a tutti di diventare “fotografi”, grazie ai filtri presenti si possono pubblicare foto davvero magnifiche, particolari ed eleganti. Ancora una volta è evidente come Internet possa dare a tutti la possibilità di esprimersi e di far valere le proprie idee,  in questo caso è possibile tramite la fotografia.

Personalmente, trovo Instagram un’applicazione davvero molto interessante, infatti anchio sono uno dei 100 milioni di utenti attivi. Inoltre, trovo particolarmente stimolante l’idea di poter modificare un mio personale scatto e di pubblicarlo, prestando attenzione a quanto successo esso ha ottenuto. D’altro canto, però, credo che con Instagram si perda nettamente la pura arte della fotografia, perchè non è certo modificando una foto con i filtri, che si diventa un vero fotografo.

Manuel Guarino

Progetto Prism. The Bit Brother.

Da quasi una settimana i giornali ed il mondo del web si sta occupando del caso PRISM, un sistema grazie al quale l’NSA, la National Security Agency degli Stati Uniti, intercetta, controlla ed archivia dal 2007 le comunicazioni online verso l’estero di milioni di utenti americani. L’inchiesta, o meglio, le due inchieste portate avanti dal Guardian e dal Washington Post erano inizialmente basate sulle dichiarazioni di un informatore anonimo rivelatosi poi essere un giovane analista della CIA, Edward Snowden.

Chi è Edward Snowden?

Il 29enne Edward Snowden lavora presso Booz Allen Hamilton,uno dei più importanti contractor della difesa e dell’intelligence statunitensi, come analista di infrastrutture per l’NSA e e precedente nella stessa azienda ha rivestito le mansioni di ingegnere di sistema, amministratore di sistemi, consulente capo per la CIA, consulente di soluzione e addetto al sistema di telecomunicazione per l’NSA. Insomma un curriculum di tutto rispetto e un’attività onerosa. Snowden, in un’intervista rilasciata ad Hong Kong, Paese in cui si è rifugiato per evitare conseguenze penale, spiega le motivazioni del suo gesto, del suo whistleblow ( whistleblower è colui che fischia nel fischietto, colui che denuncia pubblicamente delle attività illecite da parte del Governo o grandi aziende). Sostanzialmente egli ha agito non per interesse economico o ideologia politica, ma per un’esigenza morale: l’essere quotidianamente a contatto con ragguardevoli quantità di dati, molti dei quali ritenuti da lui “scioccanti”e “abusi”, ha mosso in lui il dovere di far sapere alle persone, al pubblico, cosa realmente succedeva nell’intelligence americano.

Nell’intervista sottolinea di non aver voluto assolutamente danneggiare gli Stati Uniti d’America, dato che non ha diffuso nessuna documentazione ( cosa che avrebbe potuto facilmente fare), riguardante stati di servizio di agenti in missione in tutto il mondo, l’ubicazione di basi segrete e quant’altro, mentre ammette di aver agito per l’interesse del pubblico: “progetti del genere sono una decisione che deve prendere il pubblico, non un impiegato del Governo”.L’analista si sente responsabile per ciò che ha creato, ovvero un sistema grazie al quale ogni persona può essere tracciata ovunque essa sia e che permette di raccogliere ed archiviare per uso futuro una quantità sempre maggiore di dati. La sua paura è che la situazione possa peggiorare di generazione in generazione, complice anche l’avanzamento tecnologico che permetterebbe sistemi di sorveglianza sempre più invasivi, e che si possa arrivare ad un punto in cui il Governo sa tutto di tutti, disponendo quindi di una libreria dati completa per la vita di ogni persona.

Ciò che Snowden si aspetta è che il suo sacrificio non sia vano. Dopo aver distrutto la sua brillante carriera e la sua vita, essendo costretto a vivere in fuga per il resto della sua esistenza, l’uomo spera infatti che la gente  alle sue dichiarazioni, ma che ci sia una risposta attiva con manifestazioni e rivendicazioni dei propri diritti. In Europa ci sono state reazioni dal mondo politico, dato che anche la privacy dei cittadini europei è a rischio: la cancelliera tedesca Angela Merkel ha dichiarato che farà pressione su Barack Obama per difendere la privacy dei cittadini europei durante il vertice della prossima settimana a Berlino; la vicepresidente della commissione europea Viviane Reding ha dichiarato che farà altrettanto durante l’incontro con i commissari statunitensi a Dublino. Ora è doveroso parlare un po’ più dettagliatamente  del sistema PRISM e su chi collabora con esso. ( Qui l’intervista)

Progetto PRISM

Come abbiamo detto precedentemente, il progetto PRISM consiste in un enorme macchina dello spionaggio per sgominare atti terroristici sia interni sia provenienti dall’estero. Esso agisce intercettando le comunicazioni tra gli Stati Uniti e non solo, ma anche acquisendo dati personali su persone viventi sul suolo americano. Questi dati, secondo la testimonsianza di Snowden, vengono sistematicamente archiviati per essere disponibili anche in futuro in caso di indagini o quant’altro. La gravità di PRISM secondo Snowden è che tutto ciò accade totalmente all’insaputa del pubblico, non a caso questo progetto è top secret.

Dalle dichiarazioni di Snowden si apprende il coinvolgimento di nove celebri aziende del settore informatico, le quali sono Aol, Apple, Facebook, Google, Microsoft, PalTalk, Skype,Yahoo e probabilmente pure Dropbox, mentre Twitter sembra non essere coinvolto. Nonostante ciò Apple se ne tira fuori dichiarando di non esser mai stata a conoscenza di PRISM e Google commenta così “Google si preoccupa seriamente della sicurezza dei dati degli utenti. Forniamo dati ai governi in conformità con la legge e rivediamo con grande attenzione tutte le richieste che ci vengono fatte. Di tanto in tanto qualcuno avanza la supposizione che abbiamo creato una back door, una porta di servizio per consentire al governo l’accesso ai nostri sistemi, ma Google non ha una back door attraverso cui il governo possa accedere ai dati privati degli utenti”.

Conclusione e riflessioni
La forza di un mezzo come PRISM ed il fatto che  sia effettivamente impossibile sfuggirgli è inquietante. Cosa succederebbe se la gente lasciasse correre questo vero e proprio scandalo accettando passivamente il controllo di tutte le loro comunicazioni online? Io personalmente penso che i timori di
Snowden possano tranquillamente realizzarsi, implicando una restrizione sempre maggiore della libertà sul web e una sempre più totale invasione della privacy arrivando a una situazione orwelliana da Big Brother ( sì; mi piace particolarmente Orwell, da come si intende da altri miei post), o meglio, Bit Brother. In questa eventualità saremmo persone spiate continuamente da un Governo cosciente in ogni momento della nostra posizione, condizione economica, ecc. Riguardo a ciò c’è una domanda che mi sta frullando per la testa da quando ho iniziato a scrivere quest’articolo: dato che ora come ora sto sostenendo la posizione di Snowden e contestando quella antidemocratica dell’NSA, posso essere considerato da PRISM ( sempre che finisca dentro il suo raggio d’azione) un individuo pericoloso, un sovversivo da inserire in una fantomatica Black List?

Penso inoltre che il progetto PRISM  sia la riprova che in un certo senso il terrorismo ha vinto, non tanto con gli attentati, ma riuscendo a distruggere i diritti fondamentali dello stato democratico. Con la scusa del terrorismo infatti,il Paese occidentale che si sente minacciato agisce imponendo un ferreo controllo sui cittadini per evitare qualsiasi epilogo sanguinoso. La naturale conseguenza di tutto ciò è che, con il tempo, vivremo in stati che si autodefiniranno democratici, ma che di democratico non hanno proprio nulla, forse solo la Costituzione.

 

Fonti:

Simone Bonvicini

Stallman non ci sta! La battaglia infinita per il software libero

Software free but “free speech, not free beer”. La citazione è necessaria a causa del duplice significato del termine inglese “free” accostato a quello di “software”: libero o gratuito? Nella forma italiana è facilmente traducibile in software libero. Il problema rimane nella forma inglese. Proprio per questo, Richard Stallman vuole far capire che la sua filosofia di “software free” non è correlata al significato di “gratuito”. E’ anche vero che il software libero è gratis, ma comunque l’idea di fondo è quella di essere un software “senza catene”.

Perchè il software libero? La leggenda narra che un giorno, nel lontano 1980, Richard Stallman, allora al laboratorio di intelligenza artificiale di MIT a Boston, dovette fare i conti con una stampante che non ne voleva sapere di funzionare. I genietti come Stallman erano soliti aggiustare da sè i vari problemi con le macchine. Era una sfida. La fortuna (non sfortuna!) volle che il codice sorgente della stampante fosse proprietario, quindi non accessibile. Solo il codice binario (sequenza di zeri e uno) era reperibile, ma comunque la difficoltà di decodifica per l’uomo (praticamente impossibile), lo rendeva inutile.

Stallman contro codice proprietario. Ecco perchè “fortuna”: il software della stampante fu la scintilla che innescò tutto, e da quel momento Stallman capì che c’era bisogno di una certa libertà in ambito software. Precisiamo, però, che l’episodio della stampante non è la vera causa della nascita del software libero in generale. L’idea era già presente in passato (Storia del software libero), ma Stallman fu colui che mise la legna al fuoco, alimentandone la fiamma e dando vita al progetto GNU.

GNU è un sistema operativo libero. Divenne l’esempio per mezzo del quale Stallman cercò di diffondere la sua idea di libertà. Con l’avvento del software proprietario agli inizi degli anni ‘80, Stallman si rese conto che questo tipo di software (il proprietario), bloccava ogni possibile ed eventuale collaborazione che poteva avvenire fra due o più sviluppatori. Per un software migliore, bisognava distruggere le barriere create dal software proprietario e collaborare per il bene comune. Come dirà Stallman, “Non siamo contro nessuno, siamo solo a favore della libertà, abbiamo scopi costruttivi”.

Ma quali sono i benefici del software libero? Alla base c’è il concetto di copyleft che ha come obiettivo la condivisione del sapere. Utilizzando il software libero, si esercitano 4 libertà, partendo dalla “libertà zero” arrivando alla libertà tre:

  • Libertà 0: essere liberi di eseguire il programma per qualsiasi scopo;
  • Libertà 1: essere liberi di studiare il programma e di modificarlo;
  • Libertà 2: essere liberi di distribuire copie del programma in modo da aiutare il prossimo;
  • Libertà 3: essere liberi di migliorare il programma e di distribuirne pubblicamente i miglioramenti, in modo tale che tutta la comunità ne tragga beneficio.

C’è anche una differenza sostanziale fra software libero e “open source”. A volte (troppo spesso), i termini si fanno combaciare. Questo è assolutamente errato. Un software è open source se segue la Open Source Definition, costituita da 10 punti. Le definizioni di software libero e di software open source sono simili. Le licenze accettate sono abbastanza equivalenti, differendo solo in particolari. Più che altro, Stallman dovrebbe chiarire le idee:

La differenza fondamentale tra i due movimenti sta nei loro valori, nel loro modo di guardare il mondo. Per il movimento Open Source, il fatto che il software debba essere Open Source o meno è un problema pratico, non un problema etico. Come si è espresso qualcuno, “l’Open Source è una metodologia di sviluppo; il Software Libero è un movimento di carattere sociale”. Per il movimento Open Source, il software non libero è una soluzione non ottimale. Per il movimento del Software Libero, il software non libero è un problema sociale e il software libero è la soluzione.

Nell’intervista a Stallman di fanpage.it del 10 Maggio 2013, in occasione del ciclo di seminari UningLabs 2013, le quattro libertà sopra citate, sono state ripetute da Richard, proprio come se fossero “leggi infrangibili”. Oltre a questo, non mancano mai gli attacchi a Microsoft e Apple, principali esponenti del software proprietario. Si sente il bisogno di scegliere tra il bene e il male e, a tal proposito, Stallman attacca in prima persona Bill Gates, considerato “il più grande esempio di male”, e Steve Jobs, “costruttore di prigioni cool”.

Continuando l’intervista, Stallman ritiene che attualmente ci sono due problemi fondamentali. Uno è il problema degli smartphones e tablet perchè non eseguono software libero. Infatti, Stallman intende precisare che Android esegue solo in parte software libero e che include anche software non liberi. L’altro problema sostanziale è che l’uso di smartphones costringe l’utente alla dipendenza da servizi online (cloud).

In conclusione, Stallman ci dice la sua sull’attivismo online con un’esempio (video). Chiunque voglia denunciare il monopolio e lo strapotere delle maggiori imprese e compagnie, verrà trattato in maniera differente se fatte tramite internet o come classica manifestazione in strada. Se si protesta “realmente”, e per “reale” si intende una persona presente fisicamente, è democrazia. Se si protesta “virtualmente”, attraverso internet, è cyber-attack. E’ chiaro che così facendo i governi fanno a pugni con internet e la sua libertà di espressione. E’ anche chiaro, però, come i governi non intervengano per aumentare la diffusione del software libero.

Si parla di crisi, il software libero potrebbe venire in contro. Un anno fa, nell’articolo su ilfattoquotidiano.it, si era stimato quanto la Pubblica Amministrazione (PA) potesse aver speso per acquistare le sole licenze software (prevalentemente Microsoft) per uso negli uffici: si parlava di circa 675 milioni di euro. Non si hanno statistiche aggiornate e paradossalmente, proprio l’ISTAT, da cinque anni a questa parte, è progressivamente migrata verso il software libero, risparmiando il 50% dei soldi che spendeva in precedenza per acquistare software con licenze.

Purtroppo, è difficile passare al software libero. Impiegati pubblici (e non), dovrebbero prima frequentare corsi appropriati. O ancora, gli sviluppatori dovrebbero perfezionare i vari applicativi, così da renderli esaustivi in termini di funzioni. Se però il governo dovesse credere in questo investimento, è lampante il fatto che all’inizio dovrà perderci qualcosa, poi pareggiare il bilancio, fino ad arrivare a risparmi incalcolabili.

Non solo risparmio. Il passaggio al software free darebbe il via libera a piccole aziende e sviluppatori di ogni genere, a contribuire al perfezionamento dell’intero ecosistema, creando anche nuove opportunità di lavoro e una serie di vantaggi per il governo stesso.

Personalmente, sono a favore del software libero. L’idea di collaborazione, a mio parere, può davvero essere la chiave del cambiamento. Se è vera la storia che l’uomo usa solo il 10% del cervello, collaborando con le idee di tanti individui (sviluppatori) si potrebbero creare software perfetti che soddisferebbero a pieno i motivi per i quali sono stati scritti. Sembra si stia parlando di “fantatecnologia”. In realtà è tutto fattibile: basterebbe eleggere presidente dei vari governi Richard Stallman.

Roberto Casati “Contro il colonialismo digitale: istruzioni per continuare a leggere”

La copertina del libro "Contro il colonialismo digitale" di Roberto Casati

“Contro il colonialismo digitale” di Roberto Casati, edito da Laterza

Contro il colonialismo digitale è il nuovo libro del filosofo e ricercatore Roberto Casati, edito da Laterza. Il titolo è molto forte, desta curiosità l’accostamento dell’aggettivo ‘digitale’ al sostantivo ’colonialismo’.  Al XXVI Salone Internazionale del Libro di Torino, Casati ha sottolineato di non essere contro il digitale, ma un anticolonialista. L’autore ha spiegato che “la tesi del colonialismo digitale è semplice: se una certa pratica o contenuto possono migrare verso il digitale, allora devono farlo”. È quella che nel libro chiama ‘normatività automatica’. Il punto critico è, quindi, capire cosa può migrare verso il digitale e cosa non può e non deve migrare.

Casati si chiede in che modo sia cambiato l’ecosistema del libro passando dal cartaceo al digitale e quali siano le conseguenze di questa migrazione. “La lettura è minacciata; ci viene rubata. A volte ci viene vietata”, scrive l’autore con molta enfasi e in modo epigrammatico. Nel libro sono analizzati tutti gli aspetti positivi del libro cartaceo, sottolineando come alcuni dei ‘difetti’ imputatigli siano in realtà dei punti di forza. Un esempio è la linearità della lettura cartacea. Se la migrazione verso il digitale di ricettari ed enciclopedie ha avuto successo per le loro caratteristiche intrinseche, la saggistica ha invece bisogno del libro di carta. Bisogna considerare, quindi, l’attenzione del lettore.

Roberto Casati al Festival della lettura

Il filosofo Roberto Casati | Foto di Niccolò Caranti

L’autore scrive che è importante proteggere l’ambiente di lettura. Un saggio ha bisogno di concentrazione per essere compreso e interiorizzato e di uno spazio che favorisca questi aspetti. L’iPad e i suoi simili, invece, sono delle “vetrine di contenuti”, che disperdono l’attenzione del lettore. Casati fa notare che l’e-book ha avuto successo con l’iPad e non con gli e-reader dedicati. Ma in questo nuovo ecosistema “il libro è una app”, “una comparsa tra le tante”, che “entra in competizione con concorrenti agguerriti e predatori”.  Se il computer è nato come strumento di “produzione intellettuale”, l’iPad è nato per il “consumo intellettuale”.

Il filosofo affida alla scuola il compito di salvaguardare la lettura e proteggerla da fonti di distrazione. Riguardo al rapporto tra scuola e tecnologie, al Salone del Libro l’autore ha spiegato che bisogna “imparare a negoziare con il digitale, reinventandolo con creatività”. L’autore critica le discussioni in cui si parla della scuola in termini di ‘mezzi’ e non di ‘fini’, perdendo di vista l’obiettivo della scuola. Scrive che “se le tecnologie devono diventare delle opportunità bisogna reinventarle di continuo”.

Casati spiega come con creatività si possano progettare dei metodi di insegnamento che sfruttino i vantaggi delle nuove tecnologie, ma come mezzo, non come fine. Invita i professori liceali a far partecipare i propri studenti alla scrittura e alla modifica delle voci enciclopediche di Wikipedia, piuttosto che assegnare semplicemente delle ricerche con la paura di un ‘copia/incolla’ passivo e acritico. Chiede alla scuola di riservare un po’ del tempo scolastico alla lettura, perché è in grado di fornire “una protezione dello spazio dell’attenzione” non possibile altrove. Quello che conta “non è tanto l’oggetto digitale che uno crea, quanto la definizione di una sceneggiatura molto precisa per interagire con la tecnologia”.

Casati presenta "Contro il Colonialismo Digitale" al Salone di Torino

Casati presenta “Contro il Colonialismo Digitale” al Salone del Libro di Torino, con Gino Roncaglia, Maurizio Ferraris e Alessandro Laterza | Foto di Thomas Vitale

Alla presentazione del libro di Casati al Salone di Torino sono intervenuti Gino Roncaglia, professore di Informatica Umanistica all’Università della Tuscia, e Maurizio Ferraris, professore di Filosofia Teoretica all’Università di Torino. Roncaglia ha affermato: “La scuola deve essere una palestra di ragionamento e di comprensione di contenuti complessi, ma ciò non passa necessariamente per la protezione dal digitale: bisogna farne un utilizzo ragionato”.

Anche Ferraris si è espresso sulla funzione della scuola: prima era “il luogo in cui si imparava a mantenere un’attenzione prolungata su un certo numero di pagine, cercando di ricordarle ed elaborarle”. Con l’arrivo del digitale, il ‘copia/incolla’ favorisce la scarsa interiorizzazione delle informazioni, esperienza legata all’ambiente della forma libro.

Nel suo libro Casati fa notare che l’insegnante non può essere sostituito da un “maestro elettronico”, a patto che non si consideri il docente come un “dispensatore di contenuti”. Ma per quello c’è il Web. Il punto di forza della scuola, scrive l’autore, è insegnare ad elaborare un proprio punto di vista critico e concettuale. È quanto espresso anche dai professori Roncaglia e Ferraris. Il Web, ha illustrato Casati al Salone di Torino, fornisce semplicemente l’accesso alle informazioni, poi bisogna leggerle, capirle e assimilarle prima di arrivare alla conoscenza, a cui il digitale non darà mai accesso.

Thomas Vitale

Un futuro più “concreto” per l’avatar?

L’avatar, una parola con origini hinduiste che indica una delle dieci reincarnazioni di Visnu, è una rappresentazione digitale di un utente in comunità virtuali, luoghi di aggregazione, discussione, o di gioco on-line. Esso è ormai un entità che acquisisce sempre più importanza, con possibili applicazioni future che potrebbero essere una vera e propria rivoluzione tecnologica, aumentando esponenzialmente la libertà d’azione che in parte già attualmente garantiscono.

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Immagine tratta da www.tecnopassion.com

L’avatar ha subito un’evoluzione molto particolare. Inizialmente era inteso solamente come un riscontro digitale dell’utente in una certa comunità virtuale, col passare del tempo esso è diventato più complesso e particolare, con tantissimi parametri di personalizzazione, così da poterlo creare proprio come lo si immagina, somigliante il più possibile all’utente, o un soggetto di pura fantasia. Da questa semplice ed astratta funzione, però, è recentemente nato un pensiero molto più “concreto“, infatti si è pensato di poter creare effettivamente un avatar nella realtà, da poter personalizzare e comandare, oppure da poter utilizzare per svariate operazioni pratiche.

Purtroppo, questa visione, non è ancora definibile come concreta, infatti la possibilità di creare un avatar nella realtà rimane ancora solamente un’idea. Alcune possibili applicazioni, però, sono già immaginabili. Tra le tante, quella di maggior rilievo, è senza dubbio quella legata alla medicina, infatti, come si può leggere più dettagliatamente in questo articolo, un corpo umano riprodotto perfettamente in un avatar potrà essere utilizzato per sperimentare l’efficacia di trattamenti curativi.

Un’altra applicazione, più affascinante che utile, è quella che riguarda il cinema, dove si è pensato di poter realizzare film interpretati interamente da avatar, permettendo così di poter ri-ammirare attori famosi non più in vita.

Questo interessante video mostra un possibile futuro per l’umanità. Esso parte da quella che è la situazione attuale a riguardo di economia e politica, arrivando a ipotizzare come questa situazione si potrebbe evolvere. In particolare, è evidenziata la sempre più importante figura dell’avatar.

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Locandina del film “Avatar”, da www.movieplayer.it

Lasciando da parte le possibili applicazioni, il principale sviluppo legato ad esso, come mostrato nel video, è quello che riguarda la possibilità per l’uomo di avere un alter ego con cui “vivere” realmente la propria vita. Per avere un’ immagine che chiarisce bene il concetto espresso, mi sembra oppurtuno citare il film “Avatar“, uscito nelle sale cinematografiche nel 2009. Al di là della storia in sè, esso mette molto bene in evidenza quello che potrà essere il ruolo dell’avatar, e cioè un corpo creato grazie alla meccanica, ma guidato grazie alla mente umana.

Il progresso tecnologico avanza di continuo, mettendo l’umanità costantemente di fronte a possibili grandi cambiamenti, ovviamente essi devono essere assimilati con cautela, badando anche al lato etico della questione. Se questa ipotesi sul futuro dell’avatar dovesse concretizzarsi, sarà opportuno mantenerla nei limiti nella moralità. La libertà d’azione a quel punto sarebbe tale da poter far correre troppo l’immaginazione, come ad esempio si parla in questo articolo, dove si parla addirittura di immortalità.

Manuel Guarino

Unione Europea: net neutrality in vista.

Neelie Kroes, l’attuale Commissario per l’Agenda Digitale, lo scorso 4 Giugno ha elencato ed illustrato al Parlamento  Europeo i punti salienti del piano sulla net neutrality che verrà presentato dalla Commissione Europea entro l’estate. Importanti le tematiche affrontate come la portabilità e i diritti dell’utente in rapporto con le Telecom.

Neelie Kroes al Parlamento Europeo

Neelie Kroes al Parlamento Europeo

Prima di tutto, cos’è la net neutrality?

Net neutrality è un termine coniato recentemente ma che affonda le sue radici nel passato, più precisamente nel 1860. Già allora una legge federale degli USA stabiliva che un messaggio inviato per via telegrafica doveva essere trasmesso in modo imparziale  in ordine di ricezione. Al giorno d’oggi la network neutrality  è un principio associato alle reti che forniscono connessioni Internet, servizi telefonici e trasmissioni televisive. Una rete viene definita neutrale se non vengono applicate restrizioni sulla fruibilità di servizi e contenuti da parte dell’utente. Una completa neutralità ovviamente è ancora lontana dall’essere raggiunta e per molti ha dei connotati utopici.L’idea di Tim Wu, colui che ha reso popolare il termine, è  che “una rete informativa pubblica massimamente utile aspiri a trattare tutti i contenuti, siti, e piattaforme allo stesso modo”. Prendendo in prestito e modificando adeguatamente una citazione orwelliana si vorrebbe arrivare ad un punto in cui “All digital contents are equal and there’s no digital content which is more equal than others “.

I sostenitori della net neutrality vogliono scongiurare una sorta di discriminazione tra diversi tipi di traffico web da parte degli operatori che forniscono banda larga, colpevoli di limitare volontariamente alcuni servizi concorrenti. Un caso celebre e che vide per la prima volta l’applicazione del principio di net neutrality fu quello, nel 2005, della Madison River Communications, gestore di telefonia locale accusata di bloccare volontariamente il traffico per i servizi Voice Over IP. Nel 2006 negli Stai Uniti fu presentato il documento Internet Freedom and Nondiscrimination Actche rendeva la discriminazione di alcuni contenuti e il danneggiamento nella trasmissione dei medesimi una violazione delClayton Antitrust Act, legge che previene pratiche di monopolio e/o concorrenza sleale.

Cosa propone la Kroes?

“L’Europa è rimasta indietro”, dice Neelie Kroes, sia per quanto riguarda le connessioni ultra-veloci, sia per ciò che riguarda la net neutrality. Il commissario per l’agenda digitale infatti vuole proporre una net neutrality tutelata per legge che garantisca un Internet aperta e trasparente e che salvaguardi l’utenza da pratiche scorrette delle telecom e che scongiuri comportamenti anti-concorrenziali tra quest’ultime ( un po’ come è sancito dall’Internet Freedom and Nondiscrimination Act). La proposta del commissario Ue ha degli obbiettivi ben precisi che sono indicati da questi punti :

  • Trasparenza nei contratti: ogni utente deve essere consapevole di ogni dettaglio del contratto che sta per sottoscrivere. Inoltre Kroen si scaglia contro quelle pubblicità ingannevoli degli abbonamenti Internet che promettono una velocità di connessione da x Megabit che non viene quasi mai raggiunta e che anzi, si tiene quasi sempre poco al di sopra di quel valore, scritto in caratteri infinitamente piccoli e posto alla fine
    Un contratto telefonico e tutti i suoi cavilli.

    Un contratto telefonico e tutti i suoi cavilli.

    di una delle ultime pagine del contratto, chiamato Banda Minima Garantita ( BGM) largamente inferiore da quello pubblicizzato. Questo è una tematica molto sensibile secondo la Kroen che afferma: “Molti Europei non hanno velocità e qualità per le quali pagano. Questo è un principio di base che si applica in altri mercati di consumo e dovrebbe essere applicato anche all’accesso a Internet. […] Meritiamo tutti una chiara promessa prima di firmare – non una cattiva sorpresa dopo averlo fatto. Dopotutto, quando compri una busta di latte, non ti aspetti che sia mezza vuota: lo stesso deve essere per un accesso a Internet da 50 Megabit.”

  • No ad atteggiamenti anti-concorrenziali:  ben vengano pacchetti Internet personalizzati dalle aziende con prezzi diversi a seconda del volume di dati e della velocità di connessione, si è in un libero mercato, non ci siano però episodi simili a quello della Madison River, in cui un operatore blocca i contenuti o i servizi di un’applicazione o azienda concorrente. A parte Slovenia e Paesi Bassi, stati nei quali la net neutrality è già legge, in Europa ci sono 100 milioni di persone che subiscono restrizioni sull’utilizzo di servizi VoIP  e messaggistica come Skype, Whatsapp, Viber, Tango ecc., che offrono un’innovazione nel
    Net Neutrality

    Net Neutrality

    mondo della comunicazione e che sono deliberatamente degradati o completamente bloccati solo per evitare concorrenze.

  • Libera scelta del provider: l’iter per cambiare provider è lungo ed ostacolato da un estenuante ostruzionismo che si configura con costi eccessivi,  noleggio di modem ecc. ed è condito con pratiche fastidiose come il rinnovo automatico del contratto dopo un anno. Si vuole fare in modo che i provider non abbiano più questo stra-potere sull’utenza (cercando di abbindolarla continuamente con subdole strategie) e si vogliono”riportare le persone sul sedile di guida.”.
  • Investimento nel servizio digitale nell’area europea:  “L’Europa è rimasta indietro: negli altri paesi, dagli Usa alla Corea del Sud al Giappone, la copertua è molto migliore. Per esempio nelle connessioni 4Gquesti tre paesi hanno complessivamente l’88% del mercato mondiale, mentre l’Europa ha solo il 6%” spiega la Kroes. Il mercato digitale europeo ha bisogno di un rilancio soprattutto per quanto riguarda il capitale umano specializzato nel settore Ict, che sarà in deficit di circa mezzo milione di unità nei prossimi anni.

Neelie Kroes mira quindi a una soluzione che possa essere  ” una protezione per ogni ogni europeo, ogni device, ogni rete: una garanzia di accesso a tutto Internet e a un Internet aperto, senza blocchi o ostacoli da parte dei servizi concorrenti.”

Fonti:

Simone Bonvicini

Blog e libertà d’espressione: l’esempio della fashion blogger Chiara Biasi

Un blog è un particolare tipo di sito web dove una o più persone possono proporre proprie idee a riguardo di un certo argomento, esse vengono visualizzate nel blog tramite vari “post“, disposti in ordine cronologico. Al di la di questa semplice definizione vi è molto più, un blog infatti è uno dei più grandi esempi della libertà che Internet può offrire, in quanto incarna perfettamente la libertà di espressione.

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Immagine tratta da www.shcomunication.com

Creare un blog è facilissimo, la via più semplice consiste nella registrazione su siti specifici che permettono la creazione tramite impostazioni predefinite, con pochi parametri di configurazione e senza che sia necessario conoscere il linguaggio HTML. In virtù di questa banale procedura, ogni persona può aprire un proprio blog, per qualsiasi scopo. La libertà che gira attorno a questa possibilità permette di poter cercare di soddisfare varie possibili esigenze, da obiettivi più rilevanti a livello personale, come provare a pubblicare una propria idea per provare ad avere successo, a scopi puramente legati al piacere di esporre proprie opinioni e confrontarle con altre.

Gli argomenti trattabili sono illimitati, infatti navigando in Internet si può trovare qualsiasi tipo di blog. Ciò è osservabile nella classifica dei blog più seguiti, per esempio in questo momento in Italia, in questa classifica, il blog più seguito è quello di Beppe Grillo, un blog di stampo politico, ma scorrendola ci si accorge della varietà di temi possibili, dalla cucina alla tecnologia, dallo sport alla moda. Proprio quest’ultimo argomento, molto in voga tra i giovani, ha subito un’ascesa notevolissima negli ultimi tempi, contribuendo a creare una nuova figura, quella del fashion blogger.

L’attività del fashion blogger, un ruolo prevalentemente femminile, consiste principalmente nel postare proprie foto con vari look e pose, promuovendo così il proprio stile e vari marchi di abbigliamento. Proprio per questo ultimo aspetto, se il blog comincia ad essere seguito da molte persone, questa attività può addirittura diventare un vero e proprio lavoro, potendo infatti avere un ricavo economico, soprattuto tramite pubblicità. In questo caso, l’attività del fashion blogger non si limita semplicemente al pubblicare foto, ma anche a partecipare a sfilate ed eventi legati al mondo della moda. Un esempio di come si possa arrivare a questo livello, è la fashion blogger Chiara Biasi.

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Foto di Chiara Biasi tratta dal suo blog, chiarabiasi.it

Chiara Biasi, una ragazza ” passionale, onnivora e curiosa“, come ama descriversi personalmente, inizialmente scriveva e pubblicava foto sul suo blog più spinta dal divertimento che da quache idea lavorativa, ma col passsare del tempo questo hobby è diventato un vero e proprio impegno, arrivando ad avere cifre come 10000 visite in media al giorno sul blog e più di 32000 followers su twitter. L’aspetto più eclatante è, senza dubbio, che tutto ciò è stato ottenuto solamente in circa un anno e mezzo.

Da questo estratto dell’intervista effettuatale da bigshot360 magazine, si può intuire come  la libertà  presente in Internet, unita all’ abilità personale, abbiano avuto un ruolo fondamentale per il suo successo,  permettendole di concretizzare il suo sogno:

Nel Gennaio 2012 ho comprato il dominio chiarabiasi.it, ad aprile ho cambiato web-agency, mi hanno detto il valore economico del mio sito… e, beh… sono rimasta piacevolmente scioccata! Le richieste aumentavano sempre più e con l’apertura del sito rinnovato a luglio 2012, dopo più di un mese di chiusura, ho detto “Ok, può essere il mio Lavoro…proviamo!”. Ed ora siamo qui.

Seguendo l’esempio di Chiara Biasi, è evidente come la libertà digitale che caratterizza il web, supportata dallo spirito di sacrificio, dall’impegno e dalla passione, possa fornire tutte le possibilità di provare a mettersi in gioco e, quindi, di  inseguire i propri sogni. Proprio a questo proposito, il blog incarna alla perfezione questa possibilità offerta da Internet, evidenziando in particolar modo la libertà d’espressione presente.

Manuel Guarino

Yahoo! vs Shi Tao: quando i colossi Internet collaborano con i regimi.

Il giornalista cinese Shi Tao Fonte:http://www.englishpen.org/wp-content/uploads/2013/03/Shi-Tao-photo.jpg

Il giornalista cinese Shi Tao

Il caso

Il 20 Aprile 2004 Shi Tao, giornalista cinese del Dangdai Shang Bao, partecipò ad una riunione nella quale venne trasmesso un comunicato dal dipartimento della propaganda cinese riguardo il 15° anniversario nel Giugno 2004 della strage di Piazza Tienanmen del 1989. Questo comunicato, diretto a tutte le istituzioni pubbliche, specialmente gli organi di stampa, invitava, per evitare disordini di stampo democratico durante l’anniversario, a “indirizzare correttamente l’opinione pubblica” e a “non rilasciarepareri che non fossero coerenti con le politiche centrali”, in poche parole a non commemorare l’evento. Inoltre  nella comunicazione ufficiale si esortavano i giornalisti a non esitare a denunciare colleghi sospettati di avere contatti con elementi democratici al di fuori dalla Cina. Shi Tao inviò una sintesi della riunione ad un suo contatto negli Stati Uniti, che li girò al sito web Minzhu Tongxun  ( Forum della democrazia).

Il 24 Novembre dello stesso anno Shi Tao venne arrestato, la sua casa perquisita e il suo computer e il suo tesserino per esercitare la professione di giornalista sequestrati. Dopo essere stato in isolamento per un anno, gli è stato possibile contattare un avvocato,Guo Guoting, il quale, in seguito a minacce, è scappato all’estero. Senza nessuna difesa legale, Shi Tao è stato condannato a 10 anni di reclusione con l’accusa di aver divulgato “segreti di Stato”. Tutto ciò ha avuto anche ripercussioni sulla sua famiglia che ha subito rappresaglie e pressioni  dalle autorità.

Il ruolo di Yahoo! e le critiche

Yahoo! Mail logo

Shi Tao inviò la documentazione all’estero servendosi di un account su Yahoo! Mail. Il governo cinese si rivolse proprio a Yahoo! per ottenere informazioni sul mittente della mail. Informazioni che furono fornite senza nessun problema dal colosso del web e che associarono l’account della mail di Shi Tao al suo computer, dandone quindi la posizione esatta.

Censorship

Dura fu la reazione della Rete, soprattutto dall’associazione Reporter sans frontieresche attaccò il colosso accusandolo di essere un “informatore della polizia” e di operare contro la libertà d’espressione solo per interessi finanziari. Secondo l’agenzia questo comportamento non sarebbe una prerogativa solo di Yahoo!, ma anche di altri “big” del settore, che, pur di onorare contratti che rendono sostanziose somme di denaro, se ne infischiano dei diritti civili.

Chiarissima la difesa di Yahoo!, che attraverso un portavoce affermò di dover operare in ogni singolo Paese tenendo conto delle leggi vigenti e di non poter ignorare questa cosa in Cina,dato che in quel Paese il mercato di Internet  si sta aprendo sempre di più.

Navigando su Internet e cercando altri pareri a riguardo mi sono imbattuto in commenti davvero negativi, che addirittura paragonano questa complicità dei colossi occidentali del web  con il governo cinese per identificare e localizzare i dissidenti politici a quella dei delatori  con i nazisti per trovare gli ebrei. Cosa ne pensate a riguardo?

E’ giusto secondo voi mercificare la libertà di informazione, fornendo gli strumenti per ostacolarla solo per un mero guadagno economico?  Come in un precedente post, più precisamente quello su CISPA, possiamo osservare come giganti di Internet, che spesso si spacciano come sostenitori di diritti inalienabili, siano in realtà guidati dalla sola ed egoistica logica del profitto e agiscano solo per salvaguardare i propri interessi.

 

Fonti:

Simone Bonvicini